Le migliori serie tv a tema calcio (e perché piacciono così tanto)

di Redazione

Il calcio in televisione non vive più soltanto nei novanta minuti di una partita. Negli ultimi anni, fiction e documentari hanno trasformato spogliatoi, sale riunioni, stadi di provincia e grandi arene internazionali in luoghi narrativi capaci di raccontare molto più del risultato finale. Dietro ogni promozione, retrocessione o trofeo emergono infatti identità collettive, conflitti economici, fragilità personali e rapporti di potere.

Le migliori serie dedicate al pallone sono proprio quelle che riescono a superare la cronaca sportiva. Alcune utilizzano club realmente esistenti per osservare dall’interno il calcio professionistico; altre costruiscono squadre immaginarie per parlare di leadership, appartenenza e ambizione. Non mancano, infine, produzioni storiche che ricostruiscono la nascita dello sport moderno o ritratti biografici concentrati sulle figure più contraddittorie del Novecento calcistico.

Ted Lasso, la commedia che ha cambiato il racconto sportivo

Ted Lasso occupa una posizione particolare nel panorama delle serie calcistiche. La produzione Apple parte da una premessa volutamente improbabile: un allenatore statunitense di football americano viene chiamato a guidare l’AFC Richmond, squadra inglese fittizia, pur non conoscendo quasi nulla del calcio.

Quella che inizialmente sembra una commedia basata sullo scontro culturale diventa presto una riflessione sulla gestione dei gruppi, sulla salute mentale e sulla capacità di ricostruirsi dopo un fallimento. Il campo rimane importante, ma è soprattutto il luogo in cui si manifestano le insicurezze dei personaggi.

Jason Sudeikis interpreta il protagonista evitando di trasformarne l’ottimismo in semplice ingenuità. Ted è un uomo disponibile all’ascolto, ma anche una persona costretta a confrontarsi con ansia, solitudine e problemi familiari. Il suo rapporto con i calciatori permette alla serie di mettere in discussione l’idea tradizionale dell’allenatore autoritario.

Dopo le prime tre stagioni, Apple ha confermato un quarto capitolo, nel quale Ted torna a Richmond per allenare una squadra femminile di seconda divisione. La nuova stagione è stata annunciata per agosto 2026 e amplia ulteriormente l’universo narrativo della serie.

Sunderland ’Til I Die, il calcio vissuto da una città

Poche produzioni hanno mostrato il legame fra una squadra e il proprio territorio con l’intensità di Sunderland ’Til I Die. La docuserie segue il Sunderland dopo la retrocessione dalla Premier League, documentando una stagione che avrebbe dovuto segnare l’immediata rinascita del club e che si trasforma invece in una nuova caduta.

Le telecamere entrano negli uffici della società, nello spogliatoio e nelle case dei tifosi. Tuttavia, il vero protagonista non è un singolo calciatore: è la città di Sunderland, segnata dalla crisi industriale e aggrappata alla squadra come a uno degli ultimi simboli condivisi.

La serie evita di presentare la tifoseria come semplice elemento di colore. Le vittorie e le sconfitte hanno conseguenze emotive concrete sulla comunità, mentre le decisioni societarie vengono osservate attraverso lo sguardo di chi paga il biglietto, tramanda la passione ai figli e continua a riempire lo stadio anche nei momenti peggiori.

Netflix ha articolato il racconto in tre stagioni, seguendo il tentativo del club di risalire le categorie del calcio inglese. Ne deriva un’opera sulla fedeltà e sull’identità collettiva, prima ancora che sulla competizione sportiva.

Welcome to Wrexham, la provincia gallese incontra Hollywood

Quando Ryan Reynolds e Rob McElhenney hanno acquistato il Wrexham AFC, formazione gallese allora impegnata nella quinta serie inglese, l’operazione sembrava avere tutti gli ingredienti di una trovata pubblicitaria. Welcome to Wrexham ha dimostrato invece che quella vicenda poteva diventare un racconto popolare, emotivo e sorprendentemente complesso.

La serie segue i due attori mentre imparano a gestire uno dei club professionistici più antichi del mondo. Parallelamente, presenta dipendenti, calciatori, volontari e abitanti della città, mostrando come le sorti della squadra condizionino l’intera comunità.

Il successo della produzione nasce dall’equilibrio fra spettacolo e dimensione locale. Reynolds e McElhenney garantiscono visibilità internazionale, ma la narrazione concede spazio soprattutto alle persone che hanno mantenuto in vita il Wrexham durante decenni difficili.

Arrivata alla quinta stagione, la docuserie ha accompagnato la crescita sportiva e commerciale del club fino al Championship, mantenendo al centro l’impatto delle promozioni sulla città. Il risultato è una storia contemporanea di rilancio territoriale, nella quale il calcio diventa uno strumento di riconoscimento globale.

All or Nothing, il calcio industriale visto dall’interno

Il formato All or Nothing ha contribuito a definire il linguaggio delle moderne docuserie sportive. Tra i capitoli calcistici più riusciti spicca quello dedicato al Manchester City nella stagione 2017-2018, conclusa con la conquista della Premier League e numerosi primati nazionali.

La serie offre un accesso privilegiato agli allenamenti, alle riunioni tecniche e ai discorsi di Pep Guardiola. Il valore del racconto non dipende soltanto dai risultati ottenuti dal City, ma dalla possibilità di osservare l’organizzazione di una società costruita per competere stabilmente ai massimi livelli.

Altri capitoli hanno seguito Arsenal e Juventus in stagioni più problematiche. La produzione dedicata al club torinese, per esempio, racconta il tentativo di conquistare il decimo campionato consecutivo e di raggiungere finalmente il successo europeo, in un’annata segnata da pressioni e cambiamenti.

Queste docuserie mostrano anche come il calcio sia diventato un sistema permanente di analisi e previsione. Valutazioni tecniche, dati sulle prestazioni, aspettative dei media e indicatori online come – nel caso del campionato italiano – le quote antepost serie a contribuiscono a costruire una narrazione che precede l’inizio della stagione e accompagna società e calciatori fino all’ultima giornata.

The English Game, alle origini del calcio moderno

Creata da Julian Fellowes insieme a Tony Charles e Oliver Cotton, The English Game porta lo spettatore nell’Inghilterra del XIX secolo, quando il calcio stava passando da passatempo delle classi privilegiate a fenomeno popolare e professionistico.

La miniserie ruota intorno a due giocatori collocati su fronti opposti della divisione sociale. Attraverso le loro vicende personali, la produzione racconta l’ingresso degli operai nel gioco, la nascita dei primi compensi e la progressiva trasformazione delle tattiche.

Non tutto rispetta rigidamente la ricostruzione storica: personaggi ed eventi reali vengono adattati alle esigenze drammaturgiche. La serie riesce però a rappresentare con efficacia il conflitto culturale che accompagnò la democratizzazione del calcio.

I sei episodi ricordano che lo sport più seguito al mondo non è nato già universale. È diventato tale quando ha abbandonato i circoli esclusivi ed è stato adottato dalle comunità industriali, che lo hanno trasformato in un linguaggio condiviso.

Club de Cuervos, una feroce satira del potere calcistico

Prima che le serie sui club diventassero un genere internazionale, la produzione messicana Club de Cuervos aveva già compreso quanto il calcio fosse adatto alla commedia politica e familiare.

Dopo la morte del proprietario di una squadra, i figli Chava e Isabel Iglesias si contendono il controllo della società. La rivalità permette alla serie di affrontare sessismo, nepotismo, culto della personalità e cattiva amministrazione.

Il club immaginario non è soltanto lo sfondo della vicenda. È un’impresa nella quale si sovrappongono interessi economici, rapporti familiari e ricerca del consenso. I giocatori vengono trattati alternativamente come dipendenti, celebrità o beni da valorizzare, mentre i dirigenti cercano di governare una realtà che spesso non comprendono.

Distribuita in quattro stagioni, Club de Cuervos alterna toni grotteschi e passaggi più drammatici. Proprio questa libertà le consente di mettere in scena molti dei vizi del calcio professionistico senza dipendere dai limiti imposti dal racconto documentario.

Maradona in Mexico, il ritratto di un mito vulnerabile

Maradona in Mexico segue Diego Armando Maradona durante l’esperienza sulla panchina dei Dorados de Sinaloa, squadra di seconda divisione con sede a Culiacán. La docuserie parte dall’arrivo di una leggenda mondiale in un contesto apparentemente lontano dai grandi palcoscenici e costruisce un racconto fatto di entusiasmo, contraddizioni e fragilità.

Maradona non viene rappresentato soltanto come ex campione. È un allenatore carismatico che cerca una nuova forma di riscatto, portando attenzione internazionale su un club periferico e stabilendo un rapporto immediato con i calciatori.

La produzione mostra anche il peso della sua immagine pubblica. Ogni gesto genera titoli, discussioni e aspettative, mentre la dimensione privata rimane inseparabile dal mito. Ne emerge il ritratto di un uomo che continua a vivere il calcio come forma di appartenenza, nonostante le ferite accumulate nel corso della carriera.

Captains of the World, il Mondiale oltre le partite

Realizzata dopo la Coppa del Mondo del 2022, Captains of the World ricostruisce il torneo attraverso un accesso esclusivo alle 32 nazionali partecipanti. La serie non si limita a riproporre gol e azioni decisive: osserva la competizione dalla prospettiva dei capitani, chiamati a rappresentare squadre, federazioni e interi Paesi.

I sei episodi mettono in relazione la pressione personale con la dimensione globale dell’evento. Il percorso dell’Argentina e di Lionel Messi occupa inevitabilmente una posizione centrale, ma il montaggio mantiene una struttura corale e segue anche le speranze delle selezioni eliminate lungo il cammino.

La serie funziona perché restituisce al Mondiale la sua natura di racconto collettivo. Dietro ogni partita esistono famiglie, rituali nazionali, responsabilità politiche e aspettative costruite nel corso di generazioni.

Perché le serie sul calcio funzionano anche fuori dallo stadio

Le migliori produzioni calcistiche non chiedono allo spettatore di conoscere moduli, statistiche o regolamenti. Utilizzano il calcio come una lente attraverso cui osservare comunità, aziende, famiglie e individui sottoposti a una pressione eccezionale.

Sono opere molto diverse, ma condividono una consapevolezza: il risultato di una partita acquista significato soltanto quando si comprendono le storie di chi la gioca, la prepara e la osserva. È in quello spazio, sospeso fra realtà e rappresentazione, che il calcio diventa autentica materia televisiva.