Cincinnati Kid, Rounders, Molly’s Game: sessant’anni di partite girate senza spiegare le regole

di Redazione

Girare una scena madre attorno a un tavolo da carte pone un problema tecnico evidente. Non si muove nulla, cinque persone stanno sedute, un mazziere distribuisce, qualche fiche cambia posto.

Il cinema ha aggirato quell’ostacolo in modi diversi, e Hot Corn ha raccolto una selezione dei dieci film che meglio hanno raccontato il poker, dagli anni Sessanta alle produzioni recenti. Scorrendo l’elenco emerge una costante, e riguarda quello che i film riusciti non fanno mai, spiegare le regole.

Le facce al posto delle carte

In Cincinnati Kid Norman Jewison mette Steve McQueen contro Edward G. Robinson in una partita di five card stud che occupa l’ultima parte del film. La macchina da presa resta sui volti, e chi guarda capisce l’andamento della mano dalla mascella di chi sta perdendo.

Trentatré anni più tardi Il giocatore – Rounders sposta il racconto sulla voce fuori campo, con Matt Damon che descrive i propri calcoli mentre gioca. La soluzione sembra didascalica e funziona, perché trasforma una partita in un monologo interiore. Sulla stessa strada si muove Aaron Sorkin in Molly’s Game, dove il tavolo diventa un pretesto per far parlare i personaggi, e quella sceneggiatura gli valse la candidatura all’Oscar per l’adattamento nel 2018.

Il caso più curioso resta Casino Royale. Nel romanzo di Ian Fleming del 1953 James Bond gioca a baccarat, gioco elegante e illeggibile per il pubblico contemporaneo. Nel film del 2006 la partita diventa Texas hold’em, perché anni di trasmissioni televisive avevano reso quella variante comprensibile a chiunque, comprese le persone che non avevano mai visto un tavolo dal vivo.

La versione italiana del colpo

Il nostro cinema ha lavorato su un registro diverso, quello dell’arrangiarsi. Il tavolo verde compare raramente, mentre ricorre il piccolo raggiro messo in piedi da personaggi che non hanno i mezzi per portarlo a termine.

Il colpo del cane, esordio alla regia di Fulvio Risuleo nel 2019, sta dentro quella linea. Questa testata ne ha raccolto la videointervista alle protagoniste Silvia D’Amico e Daphne Scoccia, due ragazze senza soldi che improvvisano un lavoro come dog sitter e finiscono in un piano più grande di loro. Nessun casinò in scena, e una meccanica narrativa identica, con due persone che bluffano su risorse che non possiedono.

La commedia all’italiana ha battuto quel registro per decenni. Al posto del professionista che sfida un sistema arriva il dilettante che prova a stare a galla, con poste in gioco più piccole e la stessa costruzione drammaturgica.

Quando la scena tiene

Dai titoli citati si ricava una regola non scritta: la sequenza funziona quando la posta non è il denaro. In Il giocatore si gioca l’abbandono degli studi di legge, in Molly’s Game la libertà personale della protagonista, in Casino Royale la copertura di un agente. Nei film che si concentrano sulla cifra sul tavolo il risultato invecchia in fretta, perché una somma del 1998 oggi non dice più niente a chi guarda.

Il montaggio segue la stessa logica. Le sequenze più efficaci alternano piani stretti e silenzio e usano poca musica, perché il rumore delle fiches basta a scandire il tempo dell’azione. Resta uno dei pochi suoni che il pubblico riconosce senza averlo mai sentito dal vivo, insieme al fruscio delle carte distribuite.

C’è anche una questione di casting, che i registi risolvono cercando attori capaci di stare fermi. La recitazione richiesta a un tavolo da poker è sottrattiva, fatta di micromovimenti e tempi lunghi, e chi la porta bene in genere viene da esperienze teatrali.

Sessant’anni dopo Cincinnati Kid i registi continuano a tornare in quelle stanze, per una ragione che riguarda la scrittura. Il poker è l’unico gioco in cui mentire è previsto dal regolamento, e per un narratore quella è materia già pronta.