Un posto sicuro: la vicenda Eternit diventa un film con Marco D’Amore. Intervista al regista Francesco Ghiaccio

Negli anni sessanta in Italia e nel mondo spopolava un materiale che sembrava indistruttibile quanto duttile, per questo era stato chiamato Eternit, e così si chiamavano le fabbriche che lo producevano. La prima sorse a Casale Monferrato, nell’alessandrino, e iniziò la sua produzione nel 1907 dando lavoro a migliaia di persone. Negli anni si scoprì però che l’amianto era altamente cancerogeno, che respirare le sue polveri prodotte durante la lavorazione provocava il cosiddetto Mesotelioma, una sorta di morsa che ti blocca il respiro e quindi alla fine muori tra mille tormenti e che ha un’incubazione di trent’anni: 1200 i casi fino al 2008, altri se ne aspettano fino al 2020. Questo perché peraltro la fabbrica non chiuse subito, ma solo nel 1986 dopo aver inquinato anche l’acqua, i campi, gli orti, l’aria tutto intorno e aver fatto ammalare non solo i suoi operai, ma famiglie intere perché erano gli stessi lavoratori a portare nelle loro case la polvere assassina, dalle loro mogli che lavavano a mano le loro tute e anche dai loro figli. Scattò un procedimento giuridico che durò anni: nel 2009 le indagini del pm di Torino Raffaele Guarinello portarono al processo contro i proprietari dell’Eternit, Schmidheiny e De Cartier (quest’ultimo però nel corso del processo morì ma non certo di Mesotelioma visto che aveva 92 anni), e nel 2012 a condanne a 16 anni per disastro ambientale e omissione di cautele antinfortunistiche. Nel 2013 la condanna fu elevata a 18 anni ma l’anno scorso, il 19 novembre, la corte di Cassazione annullò tutto, compresi i risarcimenti a Comune e famiglie, per prescrizione del reato.

Non ha scelto una storia semplice da raccontare per il suo debutto alla regia cinematografica Francesco Ghiaccio con Un posto sicuro, scritto e prodotto assieme a Marco D’Amore (guarda la nostra videontervista a Marco D’Amore) con la loro casa di produzione La piccola società assieme a Indiana Production, in 60 sale da giovedì 3 dicembre distribuito da Parthènos, ma in anteprima proprio a Casale Monferrato da lunedì 30 novembre. La storia la racconta attraverso Luca (Marco D’Amore) che ignaro di tutto, ne viene a conoscenza solo quando il padre Eduardo (Giorgio Colangeli) si ammala gravemente, un padre con il quale ha interrotto ogni rapporto anni prima e al quale proprio grazie, se possiamo dirlo, a tutto questo si riavvicinerà e deciderà pure di capire e di fare del dramma legato all’Eternit uno spettacolo teatrale. La cosa lo travolgerà e toccherà il fondo, ma a salvarlo ci sarà Raffaella (Matilde Gioli). Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Ghiaccio

Quando e perché ha sentito il bisogno di raccontare questa storia?

Io sono cresciuto a pochi chilometri da Casale Monferrato e sapevo molto poco di tutta questa vicenda. Sapevo che c’era stata la fabbrica ma ha chiuso nel 1986 e io ero ancora piccolo, nessuno ne parlava più per cui sono arrivato a trent’anni senza saperne nulla. Ho scoperto dopo che c’era un piccolo gruppo di cittadini che invece lottava da trent’anni, e nel film si vedono, sono quelle persone che rilasciano delle interviste al protagonista Luca. Così io e Marco D’Amore abbiamo iniziato una ricerca a tappeto per la città incontrando un centinaio di persone. Abbiamo cominciato due anni fa, poco prima della sentenza di secondo grado che ha portato la pena da 16 a 18 anni e abbiamo aspettato a lungo di trovare un nostro punto di vista che poi è scaturito nella vicenda di questo trentenne che cerca un senso alla propria vita e lo ritrova proprio grazie al confronto con il padre.

Che sensazione le hanno lasciato quegli incontri?

La prima sensazione forte è stata quella del dolore, ma sono cittadini con la schiena dritta, non hanno mai abbassato la testa, non si sono mai rinchiusi in casa a piangere o a covare rabbia. E percorrendo insieme la strada del processo hanno ottenuto risultati importanti, anche se poi purtroppo sono stati annullati.

Quando in un film si racconta una storia vera e di così grande peso e impatto l’equilibrio tra realtà e finzione è importante, come vi siete regolati?

Anche questo aspetto è un tema centrale del film. I tre protagonisti sono personaggi di finzione, ma tutto quello che a loro accade, le persone con cui entrano in contatto e tutto ciò che dicono sono fatti veri e realmente accaduti che ci sono stati riportati dai cittadini di Casale Monferrato. In molti punti del film si vedono persone che hanno vissuto anni prima le scene che noi abbiamo ricreato. Questo aspetto duplice tra realtà e finzione lo abbiamo cercato sin dall’inizio, andando anche nella zona onirica de i personaggi, volevano che l’esperienza che lo spettatore prova nel vedere il film fosse un modo per andare oltre i fatti che si possono leggere sui giornali, e andare a fondo nelle loro anime era un modo per farli sentire più vicini.

La parte onirica è soprattutto quella che si svolge nel teatro di Luca

Il teatro è condivisione, cioè quello di cui ha bisogno il nostro protagonista e quello che ha fatto la città di Casale Monferrato da sempre, un modo per esorcizzare e vivere un dolore a livello collettivo.