Una vita in fuga: Sean Penn dirige se stesso e i suoi figli Dylan e Hopper Jack

Un padre è quasi sempre un eroe per i propri figli. I suoi difetti diventano peculiarità di cui vantarsi, i suoi errori si trasformano in avventure in cui lanciarsi a capofitto. Poi si cresce e le cose cambiano. Dopo l’anteprima a Cannes, arriva al cinema Una vita in fuga (Flag Day), diretto e interpretato da Sean Penn assieme a sua figlia Dylan Penn, a raccontare la vera storia di John Vogel, un uomo del Minnesota che nella vita ha sempre inseguito il guadagno facile e fuori dalle regole, infilandosi, spesso sprofondandovi senza via di uscita, in situazioni fuori da ogni legalità, rischiose, truffaldine. Ma probabilmente ciò che sua figlia Jennifer, legata a lui per tutta la vita da un sentimento contrastante di odio e amore, non gli perdonerà mai, sono le sue bugie.

John ha moglie e figli – Jennifer ha anche un fratello più piccolo di nome Nick interpretato da suo fratello Hopper Jack Penn – ma li abbandona continuamente fuggendo verso un mondo folle e inesistente dove lui diventa ricco in un batter d’occhio grazie all’affare del secolo. L’amore che nutre per Jennifer non è mai in discussione, eppure la lascia nelle mani di una madre incapace, suo malgrado, di sopperire alla mancanza del padre: non ci sono soldi, non c’è più un casa, non c’è più il coraggio di andare avanti, c’è solo il torpore salvifico dell’alcol. Patty, interpretata da un’intensa Katheryn Winnick, non riesce neanche a salvare la figlia dal tentativo di stupro del nuovo patrigno.

La vita con il padre per Jennifer e Nick è fatta di brevi episodi: la festa della bandiera, un’estate sul lago, poi il nulla. Eppure, dopo un’infanzia difficile e un’adolescenza complicata e ribelle, Jennifer troverà la sua strada, diventerà ciò che voleva diventare, una giornalista in cerca della verità, senza però tagliare mai di netto il suo legame con il padre. Lo farà la vita, alla fine, con violenza. E sarà questa la parte più coinvolgente ed emozionante di un film in realtà non originalissimo, un po’ ripetitivo forse, ma comunque interessante dal punto di vista stilistico ed emotivo, in particolare per il fatto di essere interpretato da un padre e dai suoi due figli, con le loro relazioni e legami che inevitabilmente li hanno seguiti sul set.

Tratto dal libro autobiografico Flim-Flam Man: The True Story of My Father’s Counterfeit Life della vera Jennifer Vogel, e scritto da Jez Butterworth e John- Henry Butterworth, Una vita in fuga (Flag Day) vede nel cast anche Josh Brolin, Leo Butz, Dale Dickey, Eddie Marsan, Bailey Noble, e l’artista musicale Jadyn Rylee al suo debutto da attrice.

Ho sempre ammirato chiunque sia in grado di dirigere e interpretare uno stesso film e non avevo mai preso in considerazione di farlo io – dice Sean Penn del suo sesto film da regista, il primo in cui è anche interprete, e dei suoi figli – è accaduto per una serie di circostanze e, come avevo immaginato, mi ha sfinito. Non sono certo che riprenderei in considerazione di farlo. Dylan è una macchina della verità che ha impressionato tutti noi fin dal primo giorno. Lavorare con lei mi ha dato la mia dose giornaliera di orgoglio. È stato davvero appassionante. Hopper è uno di quegli attori che ti basta puntargli addosso la macchina da presa e la macchina si innamora di lui. Ha una presenza molto tenera”.

Per Dylan Penn: “lavorare con mio padre nei panni del mio co-protagonista e del mio regista è stata un’esperienza estremamente intensa. Lavorare con mio fratello poi è stato un vero regalo, rende tutto molto semplice. Nella vita reale siamo molto uniti e penso che la nostra complicità appaia in modo evidente nelle scene che abbiamo insieme. Ho avuto un rapporto molto complesso e tuttavia splendido con mio padre e ho colto molte similitudini nel rapporto tra Jennifer e John. Per interpretare il ruolo, ho letto varie volte il libro e ho incontrato Jennifer che è stata molto aperta e sincera e mi ha permesso di farle un sacco di domande. E nello stesso tempo, mi ha lasciato libera di interpretarla a modo mio, così da non limitarmi a una sola dimensione. Volevo a tutti i costi che emergesse la forza di Jennifer; per essere una persona che è stata trascinata nel fango e tradita innumerevoli volte, è comunque riuscita a rialzarsi e a crearsi una vita straordinaria e trasmette una grande gioia di vivere, scevra da ogni sentimento di rabbia. È una dote incredibile. Sono molto entusiasta di contribuire a diffondere questa storia. Jennifer stava cercando di realizzare il film da almeno un decennio ed è meraviglioso far parte di un progetto che tante persone aspettavano da molto tempo. La sua è una storia di sopravvivenza e penso sia quello di cui ha bisogno la gente oggi”.

“È stato davvero fantastico lavorare con Dylan e nostro padre – aggiunge Hopper Jack Penn durante le riprese sono riuscito ad attingere a molte emozioni reali legate alla nostra vita e questo ha dato un senso di autenticità ai nostri ruoli e alle nostre scene insieme”.

Patty è un personaggio molto complesso e potrebbe essere facilmente frainteso – spiega Katheryn Winnickho dovuto entrare nella sua testa per capire le ragioni per cui ha compiuto le scelte controverse che ha fatto, per comprendere chi era veramente e quali sono state le sue battaglie e quale il suo percorso, per rappresentarla al meglio dalla spensierata gioventù ai suoi anni di solitudine devastati dall’alcool, alla sua nuova famiglia disfunzionale, sino alla fine quando vediamo le tensioni dell’esistenza apparire sul suo viso che invecchia, portandomi in uno spazio emotivo completamente diverso e con i segni del decadimento sul suo corpo come prova tangibile di tutto quello che aveva passato. Ho assolutamente adorato lavorare con Sean! Fin dal primo giorno, ha creato uno spazio simile a una bolla che ci ha accolti tutti. Sul set non erano permessi i telefoni, non si potevano fare fotografie, nessuna distrazione. Ha creato un ambiente meraviglioso dove il tempo si è davvero rallentato, dove potevamo riflettere su noi stessi e sul nostro personaggio e concentrarci sulla magia del cinema”.

La versione cinematografica delle mie memorie è un’interpretazione – rivela l’autrice del libro e vera protagonista della storia Jennifer Vogel – per molti aspetti si avvicina alla vita reale, benché per altri se ne discosti. Nel suo insieme, Una vita in fuga cattura i sentimenti che ho provato crescendo nel modo in cui sono cresciuta. Ma nel film c’è anche molto di Sean e Dylan Penn. E il rapporto padre-figlia che mettono in scena è elettrizzante e genuino. Dylan Penn è bella e grintosa. Ricordo che la prima volta che ci siamo viste mi disse che non aveva tempo per le persone che non dicono la verità. Di sicuro ha contribuito con la sua verità al mio personaggio in Una vita in fuga. Possiede quell’ineffabile carisma che hanno tutti i grandi attori. È surreale essere una persona normale e avere un film realizzato su di sé. Non ho trovato la cura contro il cancro. Non ho pilotato un razzo sulla luna. Ho avuto un padre che era un rapinatore di banche e un falsario. Sono sopravvissuta, ho trovato la mia strada e ho scritto le mie memorie. La mia storia è quella di una disadattata. L’aspetto più esaltante di tutta questa esperienza è stato la sensazione di essere appoggiata dall’instancabile Sean Penn”.