Tutti i soldi del mondo, il sequestro Getty secondo Ridley Scott

Intanto la curiosità per la sostituzione in fretta e in furia di Kevin Spacey, accusato di molestie sulla scia del caso Weinstein, con Christopher Plummer che ha pertanto dovuto rigirare tutte le sue scene, e non sono poche, in sole due settimane; e poi ancora la curiosità di come Ridley Scott possa aver portato sul grande schermo una vicenda di cronaca nera che ci coinvolse, in quanto italiani, molto da vicino: il sequestro del nipote del manager del petrolio Jean Paul Getty avvenuto nel cuore di Roma nell’estate del 1973 ad opera della ‘ndrangheta calabrese e durato cinque mesi, con tanto di taglio dell’orecchio all’allora diciassettenne John Paul Getty e vendita dello stesso da una banda all’altra. Curiosità che vengono soddisfatte da Tutti i soldi del mondo, il nuovo film del regista britannico in sala da giovedì 4 gennaio con Lucky Red ispirato al caso suddetto, o meglio alla biografia firmata dall’inglese John Pearson della ricca quanto quasi maledetta famiglia Getty, su sceneggiatura di David Scarpa, dove tutti i soldi del mondo sono praticamente quelli posseduti dal vecchio Getty. Ma non è detto che tale soddisfazioni scatenino entusiasmo e applausi a scena aperta.

Christopher Plummer è naturalmente molto bravo nel ruolo del vecchio taccagno che “ho 14 altri nipoti e se tiro fuori anche solo un penny per lui avrò 14 nipoti sequestrati” dice inizialmente ai giornalisti negando di tirar fuori, appunto, un penny per salvare il rampollo finito in mani disoneste e avide. Però l’ombra di Kevin Spacey… come sarebbe stato il suo Jean Paul Getty? Non lo sapremo mai. Brava anche Michelle Williams nel ruolo della nuora dapprima acclamata come figlia da Getty senior poi, dopo il divorzio da un marito ormai tossico (Andrew Buchan), figlio del vecchio Getty, relegata al ruolo di una qualunque richiedente udienza che non viene mai concessa, nonché di intermediaria con i rapitori in telefonate rigorosamente sotto controllo da parte di una polizia italiana alquanto inefficiente  – uno dei troppi luoghi comuni del film – dalle quali non si risolve pressoché nulla. Bravo anche Mark Wahlberg nel ruolo di Fletcher Chace, fedele addetto alla sicurezza del magnate fino a che non si rende conto che di umano quel vecchio che lo paga bene non ha proprio nulla, come se prima del rapimento del nipote non lo avesse saputo. E anche il giovane Charlie Plummer (The dinner, Boardwalk Empire), stesso cognome di Christopher ma pare nessuna parentela e pura coincidenza, non se la cava male.

La storia raccontata in Tutti i soldi del mondo è ben diversa dal caso di cronaca e presenta anche, oltre a imprecisioni magari volute, anche particolari che, come direbbe Rokko Smitherson, un po’ perplimono: a cominciare dal fatto, tanto per dirne uno, che John Paul Getty venne rapito in Piazza Farnese e non a Piramide mentre chiacchierava con improbabili giovani prostitute e dietro passava un tram tale e quale a quelli di oggi piuttosto che come i vecchi cari tram della Roma anni settanta; che in Tutti i soldi del mondo alla fine il vecchio tirchio il riscatto lo paga convinto dalle male parole di Chace per poi morire di infarto, solo come merita, proprio nella notte in cui il nipote vine liberato, mentre sappiamo che nella realtà quei soldi furono solo un prestito al nipote che avrebbe dovuto restituirli al nonno con il 4% degli interessi, nonno che non è affatto morto quella notte, ma che campò per altri tre anni; fino al covo delle Brigate Rosse che inizialmente ci provano a prendersi i soldi del supercapitalista anche se il ragazzo non l’hanno rapito loro ma suvvia, davvero tenevano attaccato al muro un drappo con su scritto Brigate Rosse, tanto perché chiunque entrasse non si confondesse pensando di stare da un’altra parte? A parte ciò, in generale il film non ci ha emozionato e le ricostruzioni ci sono sembrate poco convincenti. Da citare anche qualche cameo italiano, anche se alcuni davvero impercettibili: da quello di Nicola Vaporidis nel ruolo, breve ma intenso, di uno dei rapitori calabresi, di Marco Leonardi, di Andrea Piedimonte che da sempre spazia con disinvoltura da Woody Allen a Sentieri, da Scott, appunto, che lo ha voluto anche in Hannibal, a Che Dio ci aiuti, di Guglielmo Favilla, Giulio Base e direttamente da Sirene di Monica Nappo.