The Elevator, un ascensore e una vendetta con James Parks e Caroline Goodall

New York, un ascensore, una vendetta. The Elevator, opera prima di Massimo Coglitore in sala dal 20 giugno con Europictures, è il classico film claustrofobico dove il campo è ristretto, e in questo caso sospeso, e tanto più sembra restringersi con il passare delle ore e il salire della tensione. Dentro, nell’ascensore del palazzo dove vive, c’è Jack Tramell, 50 anni, single, uomo di spettacolo celebre per un quiz televisivo che offre tre minuti per cambiare la propria vita: se rispondi esattamente vinci tanti di quei soldi che o vivi da nababbo per il resto dei tuoi giorni o impazzisci di brutto. Con Jack c’è Katherine, una bella donna di professione insegnante, che comincia a torturarlo per un motivo che capiremo via via, ma è chiaro sin da subito che si tratta di una vendetta molto personale. Trama non proprio originale, anche se ispirato a un reale fatto di cronaca, The Elevator poggia ovviamente sui due protagonisti rispettivamente interpretati dal tarantiniano James Parks, e da Caroline Goodall. I due reggono il peso della loro doppia solitudine anche se a volte i dialoghi si allentano un po’ troppo, ma la curiosità di capire se lui è colpevole o no e se lei è pazza o meno, offre allo spettatore la giusta pazienza per godere del gran finale. Nel cast anche Burt Young che interpreta in guardiano del palazzo, un ex pugile in pensione un po’ troppo distratto. Niente splatter, nessun effetto speciale, violenza poca, se non psicologica. “Voglio raccontare un dramma, un’ossessione che sfocia in lucida follia – spiega Massimo Coglitorequando nella vita ti rimane solo la vendetta, l’odio ti devasta il cervello, non resta nulla se non il gusto sadico della sofferenza altrui. Ma anche essendo pura finzione cinematografica, abbiamo tutti la consapevolezza che tutto ciò non è impossibile, e quindi ci angoscia. In The Elevator la violenza è catartica, senza istigare all’aggressività, ma alla riflessione, ed è proprio ‘il vedo, non vedo’ che dà rigore stilistico al film”.