Supergirl: Milly Alcock perfetta per la nostra superoina preferita che rischia la vita per il suo cane

di Patrizia Simonetti

Un eroe nasce spesso dal dolore. Un supereroe anche. Senza allontanarci dal mondo di Supergirl, basta pensare a Batman: lui la famiglia se l’è vista ammazzare davanti agli occhi da un rapinatore che era ancora un bambino; lei, Kara, la sua famiglia morente l’ha dovuta abbandonare assieme al suo pianeta in agonia per un viaggio verso l’ignoto, chiusa in una piccola capsula spaziale con il suo cane e accolta da un cugino che parla una lingua a lei sconosciuta e gira in mutande (parole sue). E quando la incontriamo a inizio film, non sembra aver preso bene tutto questo.

Milly Alcock con la sua faccia scanzonata, i suoi capelli ribelli e la sua bellezza infantile e selvaggia è perfetta nel ruolo di questa Supergirl ironica, istintiva, indipendente, coraggiosa e, soprattutto, buona (come le aveva chiesto sua madre in punto di morte). Certo, a volte cade nell’autosabotaggio trasferendosi su pianeti in cui i suoi superpoteri sono annientati dall’assenza di sole giallo, e passando ore a stordirsi in locali non proprio eleganti dietro occhiali scuri come la profondità della sua anima ferita, festeggiando così anche il suo 23esimo compleanno. Ma il clima non è affatto tetro come potrebbe sembrare grazie alle sue battute e all’esuberanza di Krypto, il suo fedelissimo supercane bianco volante che, in quanto a leccatine, feste ed energia, non ha nulla da invidiare ai nostri cuccioli terrestri. E per il quale rischierà la sua stessa vita, diventando di diritto la nostra superoina preferita. 

E poi, la storia insegna: dal dolore e dall’autodistruzione la vita spesso rinasce e prova a dare un senso a sé stessa e a ciò che è accaduto, usando proprio quello stesso dolore. E quando incontra un’altra vita spezzata da una sofferenza come la sua, prova un indomabile bisogno di salvarla e, in qualche modo, salvarsi. Così tutto cambia quando, come nel saloon di un film western, spada più grande di lei in spalla, entra Ruthye (Eve Ridley), una ragazzina dai lineamenti orientali che chiede aiuto per compiere la sua vendetta su Krem (Matthias Schoenaerts), il capo dei briganti super piercingato che le ha ammazzato madre, padre e fratello davanti agli occhi per puro piacere. Per Kara è quasi guardarsi in uno specchio, ma lei, Ruthye, si può ancora salvare.

Supergirl ritrova i suoi poteri, protegge la ragazzina come se fosse sua sorrella, l’aiuta nella ricerca del mostro da eliminare dalla faccia dell’universo e dal cuore prendendo il suo posto. Anche perché di motivi ne ha pure  lei, a cominciare dal disperato tentativo di salvare Krypto avvelenato proprio da quel bastardo di Krem. Tanta azione, tante scene spettacolari, dialoghi vivaci e divertenti, storia credibile anche se di supereoi e superpoteri, con i cattivi che somigliano ai nostri, con la loro violenza, la loro superbia, il loro inesistente rispetto per la vita altrui, e gli eroi che ogni tanto spuntano anche sulla terra, anche se non volano né lanciano raggi laser dagli occhi, ma spesso salvano pezzi di mondo.

Molto fico l’inserimento nella storia del personaggio di Lobo, il sadico mercenario interpretato da un magnifico Jason Momoa che nel fumetto non c’è. E ci è piaciuto molto anche il fatto che, ad eccezione del gran finale, per tutto il film Supergirl non indossi l’iconico costume rossoblu ma i suoi vestiti: jeans, maglietta rockettara e un soprabito lungo color cammello che quando lei salta e volteggia ci ricorda il cappotto nero di Neo di Matrix.

Supergirl, il nuovo film dei DC Studios ispirato ai personaggi creati da Jerry Siegel e Joe Shuster, arriva al cinema giovedì 25 giugno con Warner Bros. Pictures. Diretto da Craig Gillespie su sceneggiatura di Ana Nogueira, vede nel cast anche David Krumholtz e Emily Beecham nei ruoli di Zor-El e Alura In-Ze, padre e madre di Supergirl, e David Corenswet che naturalmente è il cugino Superman.