Riccardo Rossi in That’s life! Questa è la vita! Dagli anni della prateria a quelli della pancia

“I cinesi non hanno capito niente di come si fa la foto sulle strisce, vanno da destra verso sinistra, so matti. E poi stanno tutti storti a guardare le macchine. Io stavo lì e gridavo ‘no look in the camera!’”. Una domenica ad Abbey Road raccontata da Riccardo Rossi, sprazzi del suo ricordo di George Martin. Ci accoglie così ed è un fiume in piena l’attore romano prima e durante la conferenza di presentazione del suo nuovo spettacolo teatrale That’s Life! Questa è la vita! in scena alla Sala Umberto di Roma dal 15 al 27 marzo. “Dopo la data zero a Tuscania, un tappa di due giorni a Latina per l’ultima messa a punto e poi il debutto a Roma” dettaglia con precisione lo stakanovista Rossi, che parte col nuovo spettacolo mentre è ancora in tournée col precedente, L’amore è un gambero. Una faticaccia – “ogni volta prima di uno spettacolo mi ripeto anche il copione dell’altro” – ma anche un aiuto: “ero abituato a trattare vari temi cercando un filo conduttore, con L’amore è un gambero ho visto che posso trattare un unico grande tema nell’arco di un unico show. Ho pensato di adottare lo stesso format per un argomento enorme come la vita”. Tanto enorme che Rossi, insieme all’altro autore, Alberto Di Risio, ha pensato di raccontarla suddivisa per fasce d’età: 0-15 anni, 16-18, 19-35, poi un monologo sui 45 anni, i 60, i 70, gli 80 per chiudere con i 50, la fascia nella quale si trova.

Un volo leggero sul racconto delle nostre vite, quelle di tutti, dopo averle spiate con occhio attento e curioso. “Sono un osservatore, sto molto attento a quello che mi circonda e a chi mi circonda e ho imparato ad appuntarmi le cose – dice Riccardo Rossi – l’osservazione è una qualità che dovrebbe appartenere a chi fa questo lavoro, osservare per poi ricostruire qualcosa che faccia ridere a teatro”. E le risate sono assicurate. Con indulgenza quando affronta la fascia dai 0 ai 15 – “eravamo burattini nelle mani dei genitori” – con un pizzico di sana cattiveria per quelli che chiama anni della prateria, dai 19 ai 35, quando “ti capita tutto quello che nella vita dovrà esserti utile per capire veramente chi sei, solo che, purtroppo, ti sembra di avere un grande tempo a disposizione mentre in realtà il tempo lì lo butti. Uno dice ‘colgo l’attimo fuggente, se non lo faccio adesso quando lo faccio?’ e invece spreca le occasioni per godere del momento che ha senza pensare al futuro”. Futuro che per Rossi è presente, visto che ha superato da poco i 50 anni, il momento che “volente o nolente ti costringe a un bilancio. Scopri che quello che la vita ti doveva dare già te l’ha dato, solo che tu non te ne accorgi
perché sei impegnato a rincorrere tutto quello che la vita non ti potrà più dare: gli anni della prateria. Tu corri, corri, corri cercando di perdere
l’unica cosa che la vita ti lascerà sempre attaccata: la pancia!”. Lo sguardo più caustico è proprio per i suoi coetanei, quelli che da un giorno all’altro si ritrovano con i vestiti che non vanno più, quelli che si fanno un tatuaggio per sentirsi giovani, quelli che fanno solo brindisi alla salute perché, al giro di boa, iniziano a frequentare più studi medici che amici, quelli che nello spettacolo celebra con un faro puntato sulla fatidica festa dei 50 anni.

E sono suoi coetanei due big dello spettacolo che Riccardo Rossi incorona: Fiorello – “è l’unico che sa fare il varietà, quando gli va” – e Paolo Genovese – “Perfetti Sconosciuti, soggetto geniale, chapeau”. La chiusura la affidiamo a un selfie di Rossi: “sono masterchef addicted, mi sono comprato la giacca bianca da chef e la indossavo per guardarlo”.

Ed ora la vita secondo Riccardo Rossi:

0-15 un soffio: 3 anni di pannolini, 2 d’asilo, 5 di elementari, 3 di medie 2 di pugnette
15-18 anni del liceo, primi amori che ti sfonderanno tutta la vita
19-35 anni più belli, la giovinezza. Si mette insieme quello che farà di te un uomo tuo malgrado o una donna matura
a 40 ti sposi
a 50 divorzi
a 60 scopri la musica classica, Bach mi rilassa
a 70 ti dici una bugia: “me ne sento ancora 20”
a 80 te ne senti 80
a 90 beato chi c’ha n’occhio
Fine.