Quattro vite: una sola donna tra presente, passato e futuro

Si dice spesso che ogni donna sia in realtà più donne in una ed è per questo che è difficile comprenderla, conoscerla a fondo, prevedere le sue mosse. E se è più donne assieme, quante vite differenti avrà vissuto e quante ne vivrà ancora? Quattro almeno, secondo Arnaud des Pallières, regista di Quattro vite, che sarebbe dovuto uscire al cinema giovedì 27 agosto, ma rimandato all’ultimo minuto a data da destinarsi, tratto dal racconto della vita vera della sceneggiatrice Christelle Berthevas con cui il cineasta francese aveva già collaborato in Michael Kohlhaas. Quattro vite vissute una dietro l’altra che nel film si intrecciano partendo a ritroso dal presente e andando sempre più indietro nel tempo, a viverle una sola donna che però è diversa di vita in vita, di fase in fase, di età in età, e differenti sono quindi le attrici che la interpretano, spiazzando, inizialmente, lo spettatore.

Ecco dunque Reneè (Adèle Haenel), un’insegnante apparentemente tranquilla che sta cercando di avere un bambino con l’uomo che ama, e proprio quando riesce a restare incinta, come una felicità che non vuole manifestarsi e appagarla in toto, il passato torna a bussare violentemente alla sua porta: esce di prigione una donna che con Reneè aveva condiviso parte del suo passato, una donna che ha pagato anche per lei e ora le chiede il conto. Così compare Sandra (Adèle Exarchopoulos), giovane che in cerca di lavoro viene reclutata da uno scommettitore, entra nel giro, si lascia convincere a rischiare, rischia, perde. Il tempo va ancora a ritroso e ritrova Karine (Solène Rigot), adolescente abusata e ribelle, che passa da un uomo all’altro tra le luci delle discoteche, e poi ancora indietro dove c’è la piccola Kiki (Vega Cuzytek), testimone, suo malgrado, di una tragedia compiutasi al culmine di un innocente nascondino.

Renée, Sandra, Karine e Kiki hanno in comune un destino segnato di degrado e solitudine – non per nulla il titolo originale del film è Orpheline, cioè Orfana – madre assente e sottomissioni e violenze fisiche, psicologiche e abusi compiuti da uomini immeritevoli di tale nome, e nulla cambia, anzi, peggiora, di vita in vita. Renée forse potrebbe salvarsi, ultima delle sue se stesse incomplete e infelici, potrebbe farlo se solo il passato sepolto restasse dov’è. Ma se non può salvarsi lei e il suo presente, potrebbe farlo il suo futuro: c’è infatti un quinto tempo in Quattro vite in cui riponiamo tutte le speranze, un tempo che non è ancora tracciato e che possiamo solo immaginare, un tempo incarnato da una figlia che non avrà il suo destino se solo lei sarà capace di lasciarla andare e così forte da separarsene con la speranza di tornare.

Quattro vite è un film duro, ed è impressionante immaginare una vita che ne contenga tutte e quattro, realizzare che una donna abbia in sé tutto questo, e che sia ancora, semplicemente, viva. “Ho realizzato il film con il desiderio di avvicinarmi a ciò che è una donna – rivela il regista – Volevo vedere attraverso i suoi occhi questo mondo di uomini in cui le donne devono imparare a vivere. Amo e ammiro il mio personaggio. Amo e ammiro senza riserve tutto quello che fa. Sarei felice se alcune donne si sentissero meno sole dopo aver visto il film, che si sentissero amate e rispettate per quello che sono, non per ciò che gli uomini vorrebbero che fossero. La mia eroina mi affascina perché, dalla sua prima adolescenza fino ai vent’anni, interagisce davvero con il mondo solo attraverso l’amore e la sessualità È nello scambio amoroso che scopre universi, stabilisce alleanze, stringe amicizie. Per Karine (poi Sandra), la transazione amorosa e sessuale è la vera modalità della conoscenza. È un elemento costitutivo della condizione femminile che Christelle ha voluto mettere in luce e trasmettermi. Credo che sia vero, raramente raccontato e molto toccante”.

Ho conservato per anni nel mio computer un file intitolato ‘Undici anni della mia vita’, una sorta di ripostiglio nel quale i testi si sono accumulati senza molta coerenza ma già con una consapevolezza formale, un primo ‘stile’ – racconta Christelle Berthevas – Tuttavia per me non si trattava di realizzare un’opera autobiografica, volevo soprattutto attingere a questo materiale, di cui sentivo la potenza narrativa, per farlo esplodere, rimetterlo in moto. Alla fine, quello che conta non è la mia storia, ma ciò che permette di attraversare, di raggiungere, ciò che va oltre la storia stessa”.