Marie Curie, al cinema la sua storia di scienziata e di donna

Dovremmo essere meno curiosi sulle persone e più sulle loro idee”. Potrebbe averla detta chiunque, oggi, questa frase, riferendosi al gossip più sfrenato, alla morbosità del grande fratello, alla mania ossessiva di giudicare in base all’apparenza e all’appartenenza, al genere, ad esempio, alla religione, al livello sociale, al paese di provenienza. Invece questa frase, tale e quale, la pronuncia Marie Curie al termine della sua storia raccontata nel film omonimo, Marie Curie appunto, diretto dall’autrice e regista francese Marie Noëlle che arriva eccezionalmente nelle nostre sale, in questo periodo di “limitazioni virali”, giovedì 5 marzo con Valmyn Distribution. E Marie Curie visse nei primi anni del 1900.

Eppure non solo quella frase, ma tante circostanze e situazioni ci appaiono purtroppo attuali, a così tanti anni di distanza, in relazione alla condizione della donna, al suo essere vista e giudicata in primis come oggetto – del desiderio, del pettegolezzo, della critica – piuttosto che come soggetto, per quanto importante e unico sia ciò che fa. Marie Curie ad esempio era un genio, unica donna cui alla fine, straordinariamente per quei tempi, vennero assegnati ben due premi Nobel, per la fisica e per la chimica, e sono proprio questi a segnare i limiti temporali del racconto cinematografico. Ma quanta fatica, quanta lotta per continuare ad andare avanti ed essere considerata una scienziata, e niente altro, nonostante, e dopo, la morte del marito alla cui collaborazione, cosa che lei del resto ha sempre ribadito fino alla fine, ha dovuto le prime importanti scoperte, quelle del radio e del suo potere “curativo” nei confronti delle cellule cancerogene.

Il film Marie Curie la racconta sotto entrambi i punti di vista, ma facendone tutt’una, guardando la scienziata e la donna come una sola persona, che è ciò che sempre andrebbe fatto, mostrandone i lati forti e quelli più deboli, le sue convinzioni irremovibili e le sue debolezze, l’impegno e il rigore scientifico, e la capacità, altrettanto intensa, di lasciarsi andare alla passione, per il suo lavoro e per gli uomini che ha amato. Una storia che inizia nel 1903 quando con suo marito Pierre Curie arriva a Stoccolma per ricevere il Premio Nobel per la scoperta della radioattività, e finisce nel 1911 con il secondo Nobel che la Curie rischia di non prendere più a causa della sua storia d’amore con un uomo sposato. Rieccoci, dunque, alla curiosità sulle persone e non sulle loro idee… Nel mezzo le figlie, la morte del marito amato, la disperazione, le responsabilità, il lavoro, tanto e senza tregua, iniziato con Pierre e al quale voler dare un senso, che è quello di aiutare gli altri, arrivando a sperimentare quella che oggi è una pratica alquanto comune contro il tumore, la radioterapia. E anche le discriminazioni, le calunnie, lo scandalo, il riscatto. E la stessa tiritera di sempre che è anche quella di oggi nonostante le lotte, l’emancipazione e il work-life balance: che madre può essere quella che lavora? E che successi potrà mai ottenere in un campo peraltro prevalentemente maschile una donna che in quanto tale è madre, moglie, amante?

Avendo io stessa un background scientifico – dice la regista che ha studiato matematica – ho conosciuto la vicenda di Pierre e Marie Curie che ero ancora molto giovane. Già da studentessa Marie Curie era il mio idolo, e ho divorato molti libri che la riguardavano. Era una donna che, grazie alla propria intelligenza e al proprio talento, riuscì a farsi strada in un ambiente scientifico dominato dagli uomini. Perfino Albert Einstein, celebre per i suoi commenti spesso misogini, dichiarò la propria ammirazione per il suo genio. Alcuni anni fa il mio interesse per la Curie fu risvegliato dalla lettura di un articolo sulla sua storia d’amore con Paul Langevin, che quasi le impedì di ricevere il suo secondo Nobel. Ho sviluppato così un interesse particolare su questa parte della sua vita, diventata di dominio pubblico solo in anni recenti. Profondamente commossa da quanto avevo letto, ho iniziato ad approfondire la mia ricerca e mi sono presto imbattuta in Andrea Stoll, che stava scrivendo un libro sulle “donne forti”, Marie Curie compresa. In breve, abbiamo condiviso il desiderio di presentare questo aspetto della vita della Curie in un lungometraggio. Ma piuttosto che limitarci a fornire uno sguardo retrospettivo su una vita fuori dal comune, volevamo raccontare la lotta di una donna per essere riconosciuta, una lotta che l’ha portata a negare molti aspetti del suo essere donna per poter seguire la propria passione per la scienza”.

Magnificamente Interpretato dall’attrice polacca Karolina Gruszka, Marie Curie è un bel film che calibra bene, proprio come un fisico o un chimico, le giuste dosi di scienza e di vita, spingendosi cioè abbastanza, ma non troppo oltre, con le spiegazioni tecniche, peraltro necessarie, rendendo assolutamente chiaro e limpido ad un pubblico non per forza di addetti ai lavori l’importanza rivoluzionaria e la grandezza delle sue scoperte, e poi entrando nell’intimità e nell’umanità della donna appassionata e vitale senza alcuna morbosità ma al tempo stesso senza rinunciare a scene esplicite e dialoghi di grande impatto emotivo. Aiuta, probabilmente in questo, che a dirigerlo sia proprio una donna.