L’ospite: se l’amore non è eterno, meglio farsene una ragione

Mai fidarsi dell’apparenza. Quella delle coppie felici per esempio. Come quelle dei nostri amici che immaginiamo perfettamente in sintonia, con qualche lite certo, ma sempre costruttiva e risolvibile, con tanto amore e complicità quanto basta, con una base solida, con un futuro roseo e duraturo. Invece no. L’ospite, opera seconda di Duccio Chiarini (Short Skin, Hit The Road, nonna) in sala da giovedì 22 agosto dopo aver girato per più di un Festival, alza il sipario, con ironia e leggerezza, sull’illusione della felicità altrui di cui spesso ci nutriamo per alimentare le nostre speranze, credendo fermamente nel fatto che “se ce la fanno loro possiamo farcela anche noi” e che “l’amore vero ed eterno esiste per cui arriverà anche per me”. Prendiamo Guido, per esempio, il protagonista del film, quarantenne dalla vita semplice e forse un po’ infantile, con un lavoro che non lo soddisfa ma va anche bene così, L’ospite appunto, che nel suo girovagare da un divano all’altro di casa in casa, quella di amici e dei suoi stessi genitori, scopre un mondo fatto di carta, scontrandosi improvvisamente con la realtà dell’illusorietà dell’amore, sentimento fragile, sempre a rischio, imperfetto. E non è un caso che Guido, convinto dell’eternità e dell’immortalità dell’amore di coppia altrui, apra gli occhi sulla sua vera natura solo quando a vacillare è il suo stesso amore, quello per Chiara, o meglio, quello di Chiara per lui, che credeva a prova di tutto, nel momento in cui lei si pone dubbi e domande. Una lite apparentemente banale per un preservativo rotto lacera a sua volta la tela del loro rapporto, uno strappo che si allarga sempre più pressato dal fiume in piena di rivelazioni e confessioni reciproche assolutamente sincere ma devastanti. I dubbi di Chiara lo costringono a pensare e a lasciare la loro casa cercando rifugio sui divani degli altri dove Guido non potrà che constatare che l’amore non è eterno, né per lui e Chiara né per nessuno al mondo e che non c’è nulla proprio nulla che possa fare per evitarne la fine, non un gesto, non un’azione, assolutamente nulla. Ma anche che comunque, nonostante tutto, la vita inesorabilmente continua. L’ospite racconta anche con sincerità e onesta dell’incapacità maschile di gestire la crisi: Guido non riesce a fare i conti con se stesso se non chiedendo aiuto agli altri e dagli altri cercando sostegno alle sue paure. E conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che l’uomo spesso e volentieri, per pigrizia, natura o consuetudine sociale, non guarda più lontano del suo naso e delega alla donna ogni responsabilità di definire il rapporto e di lanciare l’allarme sull’illusione, non cogliendo purtroppo indizi e segnali e ritrovandosi nell’occhio del ciclone senza neanche ricordarsi come ci è arrivato.

Nulla di nuovissimo forse, se non la chiave e la sincerità totale del racconto che rende L’ospite un film piacevole e divertente a suo modo, anche grazie a un cast indovinato che vede Daniele Parisi nei panni di Guido e Silvia D’Amico in quelli di Chiara, con la complicità di Anna Bellato, Thony, Sergio Pierattini, Milvia Marigliano, Daniele Natali e Guglielmo Favilla. “Anche se in maniera meno evidente rispetto al mio primo film Short Skin, anche questo film è caratterizzato dal desiderio di affrontare il tema della complessità delle relazioni sentimentali utilizzando il punto di vista di un uomo fragile – racconta Duccio Chiarini – Guido, seppure quasi quarantenne, sembra soffrire delle difficoltà che caratterizzano la vita quotidiana di molti suoi coetanei, uomini che non riescono a definirsi bene nei confronti dell’altro sesso, orfani di una maniera tradizionale di essere maschio e alla ricerca di un nuovo modo di vivere la propria identità sessuale di fronte a figure femminili sempre più distanti da quelle delle loro madri. Mi sembrava da questo punto di vista interessante l’idea di raccontare il desiderio di genitorialità attribuendolo alla figura maschile della coppia e ribaltando così degli stereotipi che solo fino a qualche anno fa sembravano immutabili; questo non tanto per un criterio di originalità narrativa ma appunto per un desiderio di rappresentazione delle dinamiche relazionali che stanno affermandosi oggi”.