Le libere donne, la serie su Mario Tobino tra le matte di Maggiano: videointerviste a Lino Guanciale, Grace Kicaj, Gaia Messerklinger

di Patrizia Simonetti

C’era un tempo in cui le donne scomode, quelle troppo consapevoli, emancipate, ribelli o imperfette, venivano rinchiuse in manicomio dalle stesse famiglie o dai mariti. E si poteva fare perché, in fondo, erano soltanto donne, e la loro colpa era quella di non assecondare i dettami sociali dando scandalo, o magari di essere ricche o in attesa di eredità consistenti. Quest’ultimo il motivo principale di quanto accade a Margherita Lenzi in Le libere donne, la nuova serie di Rai1 da domani in prima serata, prodotta da Endemol Shine Italy e diretta da Michele Soavi che ci racconta uno spaccato cupo di un tempo ancora più cupo del nostro paese.

Le libere donne è tratta dal libro Le libere donne di Magliano di Mario Tobino (Mondadori Libri), poeta e psichiatra: è grazie al suo diario, sul quale riversava le sue domande, i suoi dubbi, ma anche i suoi pensieri e le sue considerazioni, che storie come quella di Margherita sono arrivate fino a noi senza finire nel dimenticatoio delle vergogne. Ad interpretare Tobino è Lino Guanciale: “Mario Tobino ha aperto uno squarcio di dolorosa verità sulla condizione femminile nei centri di salute mentale, ma anche in generale” ci dice nella nostra videointervista. Perché tutto viene da lì, dalla considerazione del femminile come qualcosa di inafferrabile, incontrollabile e per questo da reprimere nelle sue espressioni più libere e indipendenti, che suona come il fil rouge della violenza sulle donne contro la quale stiamo lottando ancora oggi, stesso seme, stesso esito: isolamento e morte.

Margherita, ad esempio, è sposata con l’avvocato Filippo Lenzi (Paolo Briguglia) da cui subisce soprusi e violenze con il bene placido delle donne della sua famiglia, perchè in questo caso davanti al denaro non c’è sorellanza che tenga. Una notte riesce a liberarsi, si spoglia nuda e lasciando impronte rosse di sangue sulla neve, arriva così, eterea e bellissima, fino al Duomo proprio mentre escono tutti dalla Chiesa. E non è una notte qualunque, è la Vigilia di Natale del 1942. Così si apre Le libere donne, con una scena che ti colpisce al cuore e sembra di sentirli addosso quegli sguardi imbarazzati, stupiti e irritati: c’è anche quello di Filippo e sarà proprio in quel momento che deciderà il destino di sua moglie. Magistralmente interpretata da Grace Kicaj, Margherita con i suoi occhi spalancati e un sorriso fuori luogo con dentro tutta la sua disperata ribellione, si consegna così a un nuovo destino di reclusione e sofferenza.

Internata nel manicomio di Maggiano, sarà la prima paziente di Mario Tobino: il suo merito sarà la lungimiranza di comprendere e di scrivere che in quel tempo “la vera follia non è dentro il manicomio, ma fuori” e che la sfortuna di quelle recluse fu “nascere donna in un mondo dominato dai maschi”. Lui ascolterà Margherita quando finalmente lei gli parlerà di sé, gli dirà di non essere pazza e lo pregherà di crederle. Ma lui l’ha già fatto e forse è andato anche oltre. Mario un amore però ce l’ha già, o meglio lo aveva: si chiama Paola, non la vede da anni, eppure le parla con il pensiero come se lei potesse sentirlo e un giorno, in circostanze anche un po’ comiche, la incontrerà di nuovo e le racconterà che ora sta “tra le matte…” A dare vita e vitalità al personaggio reale di Paola, nonna del regista, è Gaia Messerklinger nel ruolo di una donna libera, lei sì, persino in un tempo dove libero non era nessuno. Separata dal marito, Adriano Olivetti, e ebrea, fa la staffetta partigiana rischiando la vita, ma tanto in quel mondo lì, che vita è?

All’interno del manicomio conosciamo invece il buon dottor Anselmi, sempre allegro e con la battuta pronta, interpretato da Fabrizio Biggio; ma anche l’oscuro dottor Parisi (Massimo Nicolini), amante dell’elettroshock e del fascismo; Il dottor Roncoroni (Paolo Giovannucci) direttore del manicomio e uomo di compromessi medici e politici; il giovane dottor Olivieri (Adriano Exacoustos), emblema di una nuova generazione di medici, innamorato di Suor Maria (Vittoria Galliano), giovane religiosa del manicomio, sensibile e gentile; la capoinfermiera Zonin (Francesca Cavallin), forte, pragmatica, apparentemente rigida, ma in fondo prodiga al benessere delle pazienti; al contrario dell’infermiere Beppe (Riccardo Goretti), uomo spregevole che si approfitta della condizione delle ragazze e che difatti finirà tra gli squadroni fascisti.

E poi, appunto, le favolose pazienti: la dolce Lella (Irene Muscarà), la pungente Faina (Dodi Conti), l’ex trapezista Gabi (Marta Bulgherini), la grande Morena (Filippo Caterino), la fragile Lilli (Gea Dall’Orto), la principessa Galli (Pia Lanciotti) e Marta (Ianua Coeli Linhart), che nell’istituto ha trovato un nascondiglio sicuro. Ognuna con una storia, un dolore, un destino infelice, ma tutte a difendere la vita con le unghie e con i denti che si sa mai, un giorno, potrebbe essere migliore.

“Quello di Mario Tobino è un diario che nasce dal cuore dell’autore e che offre spunti e riflessioni sulla condizione della donna e la sua libertà, un percorso impegnativo per superare discriminazioni, sopraffazioni e qualsiasi tipo di violenza, sia fisica che psicologica – dice Michele Soavi In questa storia datata 1943 non c’è uguaglianza di diritti. Le donne non erano padrone di loro stesse, non avevano l’autonomia del proprio corpo, il diritto alla vita, all’istruzione, al lavoro e alla libertà di espressione. Spero che questa storia possa offrire spunti di riflessione sulla condizione della donna di ieri e di oggi, e possa toccare il cuore di chi sta dalla parte della giustizia e della libertà”. Le nostre videointerviste a Lino Guanciale, Grace Kicaj e Gaia Messerklinger: