Entri allo Spazio Rossellini e respiri teatro. Il nero, in questa grande sala romana, è ovunque: sul palco, sulle tavole di legno che fanno da pavimento a tutta l’area rendendola un unico grande palcoscenico da calcare insieme, nere anche le sedie. Ma non è un nero oscuro, tetro o triste, è un nero di libertà, tutto da riempire e colorare di pensieri, racconti, sensazioni ed emozioni da condividere. Libertà è anche la parola chiave della rassegna che dal 23 al 27 marzo lo Spazio Rossellini dedica a chi cerca, a chi l’ha persa, a chi la nega e a chi è stata negata: Le ali della Libertà: quando il teatro libera e include, a far parlare l’arte e quel teatro inutile, come lo definiva Pina Bausch perché “non salva il mondo, ma lo rivela, non dà risposte, ma le mette in scena…”
A citare la rivoluzionaria coreografa tedesca durante la presentazione della rassegna, è stato Giovanni Anversa, presidente di ATCL, l’Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio, e co-ideatore de Le ali della Libertà assieme alla direttrice artistica Isabella Di Cola. “La libertà non è uno scopo materiale – ha detto Anversa – anche se può sembrare che sia legata a un fatto fisico: se io vengo rinchiuso è evidente che fisicamente sento la provazione della libertà; ma io penso che la libertà, oltre a questa che potrebbe essere un’interpretazione più banale, sia invece una condizione anche spirituale dell’essere umano. E allora, in un momento come questo, dove ci sentiamo prigionieri del presente, un presente oppressivo, dobbiamo invece celebrare la libertà e lo dobbiamo farlo con la cosa più inutile che c’è, parafrasando Pina Bausch: il teatro”.
Ha aggiunto Isabella di Cola: “Lo Spazio Rossellini è uno spazio di libertà per noi, in cui possono prendere vita dei progetti di respiro più poetico e sottile, uno spazio gigante dove l’intimità diventa veramente un elemento essenziale. Proprio ieri ci siamo ritrovati con il lavoro di Francesca Foscarini (Dove cresce ciò che salva – Archivio sentimentale del movimento), che ha esploso la potenza della natura, e in questa bolla nera ci ha regalato un momento di grande poesia”. Le ali della libertà, nome preso in prestito dal celebre film di Frank Darabont, raccoglie cinque serate consecutive con cinque spettacoli differenti tra loro per stile e contenuto, ma con l’obiettivo comune di ridare visibilità, dignità artistica e voce a coloro che spesso vengono emarginati dalla società e privati della loro libertà, come detenuti, isolati, disabili, migranti, portatori di un’identità non riconosciuta e osteggiata.
Si comincia lunedì 23 marzo con Mistero Buffo di Dario Fo e Franca Rame, una produzione del Teatro Stabile di Torino con Matthias Martelli nella versione diretta da Eugenio Allegri. “Intrinsecamente legato alla rappresentazione e alla difesa degli emarginati, dimenticati, esclusi, oppressi – ha commentato Giovanni Anversa – Dario Fo ha spesso fatto riferimento, e non a caso ha scritto Mistero Buffo, alla figura del giullare medievale che dava voce a quel popolo spesso privato della libertà, oppresso, che irrideva a quel potere costituito, che fosse stato religioso o politico, e aveva questo slancio dell’ironia. Nel Mistero Buffo, la sua opera più celebre. ha ripreso proprio questa tradizione per narrare la storia da un altro punto di vista, di quelli che in fondo noi abbiamo riunito in questa rassegna. Noi abbiamo voluti mettere insieme non i tutto ciò che in Italia accade, abbiamo fatto una selezione come si conviene ad ogni rassegna, e abbiamo individuato un percorso legato ad esperienze che hanno un forte impatto scenico, ma anche nelle realtà sociali dove sono nate, dove lavorano e dove si sviluppano, e meritavano di essere conosciute e condivise: più queste esperienze vengono socializzate, più acquistano forza, valore e significato”.
Scritto nel 1969, Mistero Buffo è un atto unico composto da monologhi ispirati a temi religiosi e reinventati attraverso il grammelot, la lingua onomatopeica che rese celebre Dario Fo. A dieci anni dalla scomparsa del premio Nobel, il ritorno sulle scene di questo allestimento intende celebrarne lo spirito satirico e irriverente. Matthias Martelli nella riproposizione di quest’opera straordinaria, è solo in scena, senza trucchi, con l’intento di coinvolgere il pubblico nell’azione drammatica, passando in un lampo dal lazzo comico alla poesia, fino alla tragedia umana e sociale.
Martedì 24 marzo lo Spazio Rossellini ospita La comprensione della diversità Trent’anni di ricerca teatrale integrata, un work in progress, in realtà, del saggio spettacolo Pinocchia adolescente di legno che debutterà al Teatro Elsa Morante il 30 maggio, testi di Roberto Gandini, che è anche il regista, e Roberto Scarpetti. Sul palcoscenico Maura Ceccarelli, Flavio Corradini, Rebecca Gentile, Alessandro Giorgi, Alexia Giulioli, Samuel Kowalik, Edoardo Maria Lombardo, Andres Lucas, Matteo Marcelli, Anita Marziali, Laura Mastrangeli, Andra Maria Murgu, Aurora Orazi, Ettore Pettinelli, Fabio Piperno, Edoardo Ricotta, Marcello Selvatino, Elena Sili, Lucia Zorzoli, 19 attrici e attori, con e senza disabilità, in scena con musica dal vivo grazie al Laboratorio Gabrielli che nel suo trentunesimo anno di attività arricchisce l’approccio alla creazione inclusiva di esperienza laboratoriale e di tecniche interpretative. Il personaggio che più di ogni altro ha segnato la drammaturgia del Laboratorio Gabrielli, oltre alle figure nate dalla fantasia di Gianni Rodari, è stato Pinocchio: il diverso per antonomasia. Nel bicentenario dalla nascita del suo autore Carlo Collodi ci si è chiesti: cosa accadrebbe se dal famoso ciocco di legno nascesse una burattina? Ce ne ha parlato lo stesso Roberto Gandini, il video è a fine articolo.
Mercoledì 25 marzo è la volta di Hikikomori, una produzione AlphaZTL Compagnia d’Arte Dinamica, ideata e progettata dal coreografo Vito Alfarano con Marcello Biscosi, e che ne cura anche la regia, sul palco anche i danzatori Cassandra Bianco e Francesco Biasi. Lo spettacolo non si limita a raccontare l’isolamento, ma lo traduce in esperienza sensibile attraverso il corpo, mostrando il processo che conduce dalla prima pulsione al ritiro fino alla quasi totale separazione dal mondo, ed esplorandone le cause che vanno da una particolare sensibilità individuale a difficoltà relazionali, esperienze scolastiche negative o episodi di bullismo, oltre alla pressione sociale. La tecnologia non viene considerata origine del fenomeno, bensì spesso esito e rifugio, uno spazio sicuro e controllabile nel quale trovare sollievo. Durante la performance prende forma progressivamente una stanza, concepita come spazio simbolico dell’isolamento.
Giovedì 26 marzo per Le ali della Libertà va in scena La Caja de Concreto, una produzione Raizes Teatro con Lorent Saleh e la regia Alessandro Ienzi. L’opera nasce dall’incontro tra Ienzi e il giovane attivista venezuelano che ha vissuto sulla propria pelle gli orrori di una dittatura che si scaglia contro chi osa manifestare idee diverse e plurali, un potere che ancora oggi tenta di schiacciare i propri cittadini, guidato da un’oligarchia disposta a tutto pur di mantenere saldo il controllo. La sua vicenda è stato il punto di partenza dell’esplorazione, come ci racconta Alessandro Ienzi nel video a fine articolo.
Le ali della Libertà si chiude venerdì 27 marzo con G+R Di muri abbattuti e cuori aperti di Tamara Bartolini e Michele Baronio, spettacolo che riassume un anno di lavoro a Matemù, Spazio Giovani e Scuola d’Arte creato e gestito dal CIES Onlus e ospitato a Roma nei locali del Municipio Roma I, e unisce tutti i laboratori che lo abitano: teatro, musica, canto, rap e breakdance. Lo spettacolo è un viaggio ispirato a Romeo e Giulietta di Shakespeare nel mondo dei giovani di oggi cui è stata rivolta la domanda “Cos’è amore per te?”, come ci racconta Tamara Bartolini nel video a fine articolo. Tutte le info sul sito ufficiale di Spazio Rossellini. Ed ecco il nostro videoincontro con Roberto Gandini, Alessandro Ienzi e Tamara Bartolini:
Le Foto della conferenza stampa sono di Angelo Costanzo, le Foto di Matthias Martelli sono di Giorgio Sottile
