Istmo: tra agorafobia e social network

Orlando lavora da casa, come in tanti in questo periodo di lockdown hanno imparato a fare, solo che lui lo fa normalmente. Il suo lavoro è tradurre vecchi film in lingua spagnola per un Festival cinematografico. Da un mestiere che sa di antico e che guarda al contenuto, a uno che rappresenta l’oggi più votato all’apparenza e all’apparire: Orlando infatti è anche un influencer, ma la sua vita non è affatto divertente, costellata com’è da emicranie, incubi, ossessioni… come quella che non gli permette mai di uscire, chiuso in casa come in gabbia – e anche qui possiamo ormai definirci tutti degli esperti avendo appena sperimentato sulla nostra pelle cosa vuol dire – ma non da solo: con lui abita Amad, con cui Orlando vive sempre in conflitto. E passa molto tempo in videochiamata con Antonia, la sua datrice di lavoro spagnola e un po’ sua maestra di vita. Senza dimenticare i tanti personaggi colorati e misteriosi che tornano dal suo passato come sogni o ricordi… E poi c’è Marina, che è reale, così reale che tutti i giorni gli porta da mangiare, Marina che è una rider – altro tocco di attualità visto che è un lavoro di cui si discute moltissimo – e che forse, al momento giusto, sarà capace di proiettarlo fuori. Ecco Istmo, film di Carlo Fenizi che arriva su Chili mercoledì 20 maggio, interpretato da Michele Ventucci, Catherina Shulha, Timothy Martin e l’almodovariana Antonia San Juan

Da un punto di vista narrativo la simbologia dell’istmo è un locus dell’anima che separa e unisce, un confine sottile con l’infinito e l’esistenza, il percorso del protagonista, a metà strada tra la solitudine di una società che apparentemente ci unisce in una rete, ma che ci separa dalla realtà, dalla vita e dalle radici – dice il regista – Il ritrovamento delle radici come salvazione, linea tematica/progetto che porto avanti nella mia filmografia. L’istmo però è anche la passerella che conduce all’autenticità, alla consapevolezza dell’esistenza di spazi separati, verso i quali operare una scelta. Tutto tende a sottolineare una carnalità e un desiderio di contatto che non si possono realizzare, una tensione verso il fuori implosa, il cui atto mancato si è cronicizzato, o per un passato difficile (a cui in modo dichiaratamente vago si fa riferimento) o per un andamento sociale, globale, che tende alla falsa idea della community, ma che separa e rende soli, in un vortice inconsapevole di individualismo e narcisismo”.