Intervista a Franco Nero: boss in Calibro 10, poi torno al western

di Patrizia Simonetti

Franco Nero è tornato in Italia, dove non vive ormai da tempo, a presentare un film che per la prima volta lo vede nel ruolo di un boss mafioso: Calibro 10 – Il Decalogo del Crimine, opera prima del regista calabrese Massimo Ivan Falsetta, prodotto da Aurelia Film, uscito in America nel 2015 e là premiato la scorsa primavera, ora finalmente al suo debutto in casa con un’anteprima lunedì 6 marzo al cinema Caravaggio di Roma alla presenza del protagonista. Film decisamente pulp a deridere Cosa Nostra e la sua sedicente moralità sulla base di un decalogo del bravo mafioso ritrovato nel covo del boss Salvatore Lo Piccolo detto Il Barone, arrestato il 5 novembre 2007 dopo 24 anni di latitanza. Regole come “il dovere di essere sempre disponibili a Cosa Nostra anche se c’è la moglie che sta per partorire”, ad esempio, scritte in un italiano a dir poco personalizzato. Franco Nero è una sorta di capo dei capi, il boss Mosè, che ha un sottocapo di nome Paradais che a sua volta ha un tirapiedi che si chiama Biancosarti e pure una bella e giovane moglie di nome Nina. “Chi siamo noi senza la famiglia – recita Mosè con voce bassa e roca nel film – senza le regole, i doveri e i mandamenti?” Calibro 10 – Il Decalogo del Crimine è stata per noi l’occasione di incontrare Franco Nero, un mito del cinema italiano e non solo, decisamente il re del western all’italiana, esploso nel 1966 grazie alla sua interpretazione del reduce di guerra con cassa da morto al seguito in Django di Sergio Corbucci di cui vent’anni dopo tentò un sequel Nello Rossati, tanto che pure Quentin Tarantino lo ha voluto nel 2012 nel suo Django Unchained; così come restò celebre il suo pistolero mezzo indiano in Keoma diretto nel 1976 da Enzo Castellari, personaggi di cui, a quanto pare, rientrerà presto in possesso. Perché ad andare in pensione Franco Nero non ci pensa proprio. Intanto lo vedremo a breve con un cameo in John Wick – Capitolo 2 di Chad Stahelski in sala dal 16 marzo e poi, appunto, in Calibro 10 – Il Decalogo del Crimine, ma di progetti ne ha ancora altri e altri ancora, come ci racconta lui stesso nella nostra intervista.

In tanti anni e in tanti film, un boss mafioso Franco Nero non lo aveva mai interpretato…

No, quello del capo dei capi è un altro ruolo che ho aggiunto alla mia carriera dove ho fatto tutti i tipi di film e tutti i ruoli che un attore poteva fare, ma il boss mi mancava e quindi l’ho fatto molto volentieri.

Calibro 10 è un film molto pulp che prende in giro i mafiosi partendo da un assurdo decalogo di regole scritte su un pizzino…

Un pizzino che a quanto pare è però la loro legge, no? Certo, Calibro 10 è un film sopra le righe, un po’ alla Quentin Tarantino. Penso che il regista si sia voluto ispirare proprio a lui, ma sempre con un pochino di humour.

Per esorcizzare un po’ la paura della mafia… 

Logico.

Ma lei si ricorda di quando questo pizzino fu ritrovato nel 2007?

Proprio no, sono sincero. Io passo l’ottanta per cento della mia vita all’estero, negli ultimi vent’anni ho lavorato sempre oltreconfine, per cui non è che dell’Italia posso ricordarmi tante cose…

In effetti non l’abbiamo vista di recente in film italiani…

Io generalmente faccio film stranieri. Tra pochi giorni ad esempio c’è la prima di un mio film a Londra, The time of their lives diretto da Roger Golsby, una commedia che ho girato con due bambine, una di 83 anni che è Joan Collins e l’altra più giovane, che ne ha 78, e che è Pauline Collins. Ho fatto anche un cameo in John Wick che sta facendo un sacco di soldi… in Italia vengo ogni tanto ad aiutare giovani registi.

Gliene saranno grati…

Penso di sì, lo spero.

In questo boss Mosè, Franco Nero che cosa ha messo di suo?

Direi poco o nulla, io sono completamente diverso, la mia è una vita fatta di principi…

E qui direi che ci siamo, sempre a proposito del decalogo…

Certo (ride n.d.r.), ma i miei principi sono un po’ diversi… nel senso che io cerco sempre di aiutare i più deboli, che è stata sempre la mia prerogativa, e non provo mai a fare il furbo come molti fanno. Del resto noi attori siamo come dei camaleonti che cambiano pelle a seconda della situazione e dei ruoli. Quello che mi ha divertito nell’interpretare il boss Mosè è la voce che ho usato, perché lui nel film ha una voce molto strana, parla un po’ come Marlon Brando ne Il padrino, poi nel film si capisce che ha una pallottola in gola…

In America Calibro 10 è stato un successone, sia a Los Angeles che a New York, è contento che finalmente venga presentato in Italia?

Contento, certo. Ma anche per questi produttori indipendenti che riescono a mettere su qualche soldo per fare un film, ed è sempre un bene che venga visto perché lei mi insegna che molti film manco vengono visti, cioè si fanno, ma poi nessuno li vede, ed è un peccato.

Come si sta fuori dall’Italia, in Inghilterra dove vive?

Io in realtà vivo nel mondo. Negli ultimi vent’anni avrò fatto una cinquantina di film, forse cento, tutti girati in Sudamerica, America, Cile, Messico, Canada, Brasile, Inghilterra, Germania, ovunque. Io giro continuamente. Vivo anche a Londra, certo, dove ho la mia famiglia, i miei figli e i miei nipotini, poi ne ho altri in America e anche quello per me è un’occasione per viaggiare quando vado a trovarli. In Italia ogni tanto vengo ma, come detto, solo per aiutare qualche giovane regista. L’anno scorso per esempio ho preso parte a due o tre corti girati da ragazzi. Questo mi fa piacere. Io ho un figlio, Carlo Gabriel Nero, che fa il regista a Londra e so bene quanto fatica per fare un film di qualità, è molto duro oggigiorno ovunque, in Italia poi non ne parliamo. Se uno non fa parte di mafiette, mi capisce, o non ha amici, è tagliato fuori. Io per fortuna sono un privilegiato perché essendo conosciuto in tutto il mondo, ho richieste in ogni paese. Ecco, questa è la verità.

Un film con suo figlio l’ha fatto…

Sì, era un film molto bello che in Italia non è andato però tanto bene, tratto dal romanzo Uninvited del grande scrittore James Gabriel Berman, uscito sia in America che in Italia con il titolo L’escluso e così si intitolava anche il film. Lui, mio figlio, l’ha girato in un modo divino, purtroppo non ha avuto successo in Italia dove ricordo che lo fecero uscire in estate, quando c’erano 39 gradi all’ombra, faceva caldissimo, e quando è così caldo è difficile che la gente vada al cinema. Peccato perché era un bellissimo lavoro, c’ero io, c’era sua madre Vanessa Redgrave e c’era anche Eli Wallach.

Ci racconta un aneddoto particolare o divertente della sua lunga carriera che ricorda con più piacere? 

Ne avrei tantissimi da raccontarle, avendo lavorato con i grandi registi del mondo da Chabrol a Fassbinder a John Huston, e ognuno di loro ha storie divertenti che lo riguardano. Ma l’aneddoto che mi diverte di più riguarda Luis Bunuel, per me uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Io ho sempre pensato che un grande genio è un uomo come intendeva Giovanni Pascoli, lui che diceva che nell’uomo c’è lo spirito del fanciullino e che l’uomo è un vero uomo finché questo spirito rimane in lui sennò, se l’abbandona, diventa, boh, uno stronzo… E infatti io ho visto che tutti i genialoidi sono in realtà dei bambini, lo dissi anche a Quentin Tarantino un giorno, gli dissi “guarda, tu sei come il Pascoli, genialoide…” e lo stesso era Bunuel, un grande genio.

E l’aneddoto?

Dunque, mi ricordo che giravano Tristana, il film del 1970 con Catherine Deneuve e Fernando Rey, eravamo nella piazza di Toledo con tutta la troupe che stava preparando la scena e Bunuel era molto nervoso perché non trovava la sua maleta, la sua borsa. Tutti quanti fermarono il lavoro per cercarla e io pensavo che dentro ci fossero i suoi appunti da regista. Insomma, fintamente la borsa si ritrova, lui se la porta al petto come se fosse un tesoro e mentre tutti ritornano al loro lavoro, lui piano piano cammina e si va a nascondere fuori della piazza sedendosi su una panchina, sicuro che nessuno lo vedesse. Io però l’avevo seguito perché ero troppo curioso di sapere che cosa c’era dentro la borsa, così Bunuel la apre e tira fuori un panino con il prosciutto e comincia a mangiare, poi estrae pure una bottiglietta della coca cola con il tappo che invece conteneva del vino rosso e beve. Allora io gli grido “Luis, che fai?” E lui mi risponde “Nero – perché non mi ha mai voluto chiamare Franco visto che era contro il dittatore Franco – per favore Nero, io ho fame, ma non dirlo a nessuno che mangio perché se mi vedono vogliono mangiare anche loro e invece devono lavorare, mi raccomando…”

Immagino sia felice e soddisfatto della sua carriera… 

Assolutamente. E non è ancora finita. Quando mi danno dei premi, che di solito si ricevono quando la carriera è finita, io dico sempre che è un aperitivo e il resto deve ancora venire. Solo negli ultimi due anni ho partecipato a una decina di film, dall’americano The lost city of Z di James Grey a Otsi del tedesco Felix Randau, il film sulla mummia ritrovata dopo 5.300 anni, e adesso devo girarne uno a Cuba, Havana Kyrie, dove interpreto un direttore d’orchestra, altro ruolo che mancava nella mia carriera, che viene chiamato a cuba per insegnare il Kyrie Eleison al grande coro di bambini. Poi un altro con la mia regia e un western.

Con il western torna un po’ alle origini… 

Sì, gli americani vogliono fare l’ultimo Django, Django Lives, che sarà diretto da John Sayles mentre Enzo Castellari vuole rifare Keoma, due grandi successi di un po’ di tempo fa.

L’Italia non le manca per niente?

No, sinceramente no. Ci torno volentieri perché mi piace la campagna, andare a giocare a tennis con gli amici, fare i tornei a carte di tresette e briscola… lo sport no, quello lo seguo sempre e ovunque, a Los Angeles mi sono visto le partite della Roma, che io sono romanista… poi qui in Italia ho qualche amico che non appartiene al mondo del cinema, pensa che fortuna…