Film sui giochi di carte: i grandi titoli italiani

di Redazione

Il legame tra il cinema italiano e i giochi di carte affonda le proprie radici in una tradizione culturale profonda, capace di spaziare con disinvoltura dal dramma psicologico alla commedia popolare, fino al genere spaghetti western, nato negli anni ‘60. Il tavolo verde, nel contesto cinematografico nazionale, non rappresenta quasi mai un semplice espediente ludico. Al contrario, si configura come un vero e proprio palcoscenico metaforico: un microcosmo in cui si consumano sfide esistenziali, inganni, sogni di riscatto economico o, più semplicemente, prove di furbizia e carisma. La cinematografia italiana ha saputo immortalare questi rituali collettivi attraverso pellicole entrate di diritto nell’immaginario collettivo.

Una volta erano proprio i film di questo genere ad alimentare la popolarità dei giochi di carte come il poker. Con l’espansione di Internet, però, ormai questo non è più necessario in quanto esistono persino tornei internazionali di livello professionistico dedicati a questi giochi, mentre al di là della dimensione agonistica le versioni digitali del blackjack o della scopa continuano ad esistere i browser game o all’interno di un casino online, seppur senza le dinamiche e le sensazioni tipiche delle partite dal vivo. Ciononostante, il fascino delle storie nate attorno al panno verde conserva intatta la propria forza narrativa.

Continuavano a chiamarlo Trinità (1971)

Lo chiamavano Trinità fu un clamoroso successo di pubblico, tanto da ispirare registi del calibro di Quentin Tarantino e di conseguenza non poté che meritarsi un seguito: Continuavano a chiamarlo Trinità è stato diretto da E.B. Clucher (pseudonimo di Enzo Barboni), oggi cult dello spaghetti western parodistico, offre una delle scene di carte più iconiche della storia del cinema italiano. Sebbene l’intera pellicola ruoti attorno alle bizzarre avventure dei due fratelli fuorilegge interpretati da Bud Spencer e Terence Hill, la sequenza all’interno del saloon di San José rimane una pietra miliare. Nel segmento in questione, il pistolero Trinità siede al tavolo da gioco dimostrando una sbalorditiva e quasi magica abilità nel mescolare, distribuire e manipolare il mazzo. La scena, caratterizzata da ritmi comici perfetti e basata sul contrasto tra i rudi giocatori locali e l’insospettabile destrezza del protagonista, codifica cinematograficamente il gioco d’azzardo nella frontiera come massima espressione di astuzia e rapidità manuale.

Lo scopone scientifico (1972)

Diretto da Luigi Comencini e scritto da Rodolfo Sonego, questo capolavoro della commedia all’italiana utilizza il gioco di carte tradizionale come feroce allegoria della lotta di classe. La trama segue due baraccati romani, Peppino e Antonia (interpretati magistralmente da Alberto Sordi e Silvana Mangano, entrambi vincitori di un David di Donatello), che ogni anno attendono l’arrivo nella capitale di una dispotica e ricchissima miliardaria americana, interpretata dalla star hollywoodiana Bette Davis. Il fulcro narrativo è l’interminabile partita a scopone scientifico disputata nella sontuosa villa della donna. Tra bluff, calcoli mnemonici esasperati e l’illusione collettiva dell’intera borgata di poter riscattare una vita di miseria, il tavolo da gioco si trasforma in un braccio di ferro spietato in cui il denaro e il potere della vecchia mecenate finiscono sempre per schiacciare le speranze dei due proletari.

Asso (1981)

Diretto dal sodalizio artistico Castellano e Pipolo, il film vede Adriano Celentano nei panni di un formidabile e imbattibile asso del poker che opera nella Milano dei Navigli. La trama si sviluppa su un binario surreale e fantastico: incapace di resistere al richiamo del tavolo verde persino durante la sua prima notte di nozze con la bellissima Silvia, interpretata da Edwige Fenech, il protagonista accetta la sfida del temibile giocatore noto come “il Marsigliese”. Asso vince la partita grazie a un memorabile e audace bluff, ma la straordinaria vincita ne decreta la morte per mano di un sicario. Trasformatosi in un fantasma visibile solo alla consorte, il protagonista trascorrerà il resto del film a cercarle un degno sostituto, arrivando persino a disputare un’ultima, paradossale partita a carte direttamente in Paradiso.

Regalo di Natale (1986)

Scritto e diretto da Pupi Avati, rappresenta una tra le opere più mature, cupe e psicologicamente dense che il cinema italiano abbia mai dedicato al mondo delle carte. La narrazione si concentra interamente sulla notte della vigilia di Natale, durante la quale quattro amici di vecchia data si riuniscono in una villa isolata per una partita di poker. Al tavolo siede anche un quinto partecipante: il ricco e misterioso avvocato Antonio Santelia, interpretato da Carlo Delle Piane, individuato dal gruppo come la vittima ideale da “spennare” per risanare i propri fallimenti economici e personali. Con il progressivo aumentare della posta in gioco e lo scorrere delle ore, il tavolo verde si trasforma in un amaro e spietato regolamento di conti tra i protagonisti (interpretati da un cast eccellente che include Diego Abatantuono, Gianni Cavina e Alessandro Haber), portando a galla vecchi rancori, tradimenti devastanti e un cinismo epocale che culmina in un sorprendente colpo di scena finale.

Due partite (2009)

Tratto dall’omonima pièce teatrale di Cristina Comencini e diretto da Enzo Monteleone, il film esplora l’universo femminile attraverso la ritualità del gioco. La narrazione si articola in due epoche distinte. Nella prima parte, ambientata negli anni Sessanta, quattro amiche (Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Paola Cortellesi) si riuniscono regolarmente ogni giovedì pomeriggio per giocare a canasta. Attorno al tavolo, la distribuzione delle carte diventa il pretesto per confessare insoddisfazioni, segreti matrimoniali e i limiti imposti dalla società borghese dell’epoca. Nella seconda parte della pellicola, a distanza di trent’anni, sono le rispettive figlie a ritrovarsi, specchiandosi nei traumi e nelle conquiste delle madri. Il gioco di carte, in questo caso, assume la funzione di un salotto terapeutico e intimo, dove le regole del mazzo offrono una struttura formale a conversazioni altrimenti destinate a rimanere taciute.