Elvis: ascesa e discesa di un mito con un fantastico Austin Butler diretto da Baz Luhrmann

È sempre una sfida, e spesso molto rischiosa, interpretare personaggi iconici, immortali, miti dell’arte, del cinema, della musica. Soprattutto se popolari, amati, rimpianti e trasformati in vere e proprie divinità sensuali e carismatiche. Come Elvis Presley, ad esempio. Ma Austin Butler, già apprezzato nel ruolo di Tex Watson, tra i fedelissimi della setta/famiglia di Charles Manson in C’era una volta a… Hollywood di Tarantino, è davvero bravo nel farlo. A parte la somiglianza fisica notevole con il mito del Rock’n’Roll che di certo aiuta, Butler è perfetto nell’incarnare quella parte di Elvis meno pubblica e osannata, quella di un ragazzo consapevole del suo valore, della sua arte, della sua potenza e del suo effetto inebriante sul pubblico, soprattutto femminile, eppure così succube del suo talent scout (forse) e manager, il famigerato colonnello Tom Parker, magistralmente (ma avevamo dubbi?) interpretato da Tom Hanks.

Per tutto il film abbiamo sperato che la storia, un po’ come ci ha abituato a fare Tarantino, cambiasse, avesse un altro finale, che Elvis Presley si ribellasse alle imposizioni di un sedicente colonnello che lo costringe continuamente a limitare qualcosa che non si può limitare, a tenere chiuse le ali, a non essere se stesso, oltre ad impedirgli di uscire dagli Stati Uniti per portare la sua musica in giro per il mondo. Come può un artista di quel calibro, con quel talento, con quell’unicum che, nonostante tutto, lo ha reso il mito che è ancora oggi, piegarsi alle regole di un gioco che inevitabilmente lo ucciderà?

E non puoi fare a meno di continuarti a chiedere, per tutte le due ore e quaranta di Elvis, come ciò sia stato possibile: perché non ha reagito? Perché si è arreso? Perché è arrivato a sacrificare la sua famiglia, la moglie Priscilla (Olivia DeJonge) e la figlia che tanto amava, pur di sottostare alle regole del colonnello? Sappiamo poi com’è finita: la stella di Elvis si è spenta a soli 42 anni, ancora per cause non completamente certe. Pillole e siringhe, quelle che gli venivano somministrate per reggere lo stress e per continuare a stare in piedi notte dopo notte, concerto dopo concerto, hanno di certo fatto la loro parte. Ma non fu soltanto questo.

Elvis di Baz Luhrmann, che tanto ho amato soprattutto per Romeo+Juliet – anche lì sperando che il finale fosse un altro, ma niente – che ha anche scritto il film con Jeremy Doner, è riuscito a raccontare la storia di una star puntando sul suo talento ma anche sulle sue debolezze, soprattutto riguardo alle relazioni familiari, come il legame patologicamente morboso con la madre (Helen Thomson), e l’amore per un padre (Richard Roxburgh) che in lui vedeva invece soltanto una gallina dalle uova d’oro. La scena in cui Elvis lui è steso a terra inanime prima di un concerto e Parker finge di lasciar decidere il da farsi al padre, e questi opta per una bomba da infilargli nelle vene che lo rimetta in piedi all’istante piuttosto che portarlo in ospedale, è a dir poco agghiaciante. E, soprattutto, l’amore osannante del suo pubblico senza il quale Elvis non riesce a vivere.

Nonostante la sensazione tangibile di essere rinchiusi con lui in una gabbia dorata, Elvis è un film ricco di colore, il pastello, soprattutto in una ricostruzione visiva degli anni Cinquanta che è a dir poco fantastica, e, ovviamente, di musica. A tal proposito, nel cast anche Kelvin Harrison Jr. che è B.B.King, la cantautrice Yola che è Sister Rosetta Tharpe, il modello Alton Mason che è Little Richard; il texano di Austin Gary Clark Jr. che fa Arthur Crudup, e l’artista Shonka Dukureh che dà infinita vita a Willie Mae “Big Mama” Thornton.

Elvis è un gran bel film, e lo dico da non appassionata di biopic. Alla fine, lascia un po’ di amaro in bocca, ma ne vale la pena. Se non altro per vedere un ragazzino bianco del Mississippi, in piena segregazione razziale, abbandonarsi a una sorta di estasi sincopata tra i canti gospel e blues dei neri del suo quartiere dove, per ragioni economiche, si era dovuto trasferire con la famiglia. Quella musica nera gli resterà nel sangue come se l’avesse sempre avuta. Elvis arriva al cinema mercoledì 22 giugno. Non perdetelo.