Detroit di Kathryn Bigelow, una lunga notte di odio razziale

Detroit del premio Oscar Kathryn Bigelow è uno di quelli film che mentre lo guardi ti mangi il fegato. Sin dall’inizio, quando la regista californiana si sofferma a lungo sulle rivolte esplose nelle strade di Detroit nel caldo luglio del 1967, ad accendere la miccia un raid della polizia in un bar senza licenza della 12esima strada, il Blind Pig, dove un gruppo di amici afroamericani festeggiavano il miracoloso ritorno dal Vietnam di due compagni, rivolte che provocarono 43 morti e migliaia di feriti e di arresti. Ma sopratutto quando “la storia del film comincia”, per così dire, e allora sì che ti arrovelli e ti infuri nel vedere ragazzi neri e pure ragazze bianche la cui colpa è di stare con loro, sbattuti al muro con le mani alzate, pestati, uccisi, un po’ per finta e un po’ per davvero, da un poliziotto razzista e pazzo di nome Philiph Krauss e un altro scemo che gli dà spago e peggiora la situazione, con tanti altri che stanno a guardare o, lievemente schifati, prendono baracca e burattini e se ne vanno a casa lasciando che il massacro si compia. E pure nel vedere un terzo uomo di legge, si fa per dire, una guardia giurata che inizialmente interviene a placare gli animi ma poi lascia che tutto accada e che il sangue scorra, eppure si chiama Melvin ed è nero pure lui. Tra quei ragazzi c’è anche un giovane che canta da Dio e che è a voce dei Dramatics, un gruppo soul che iniziava a farsi conoscere e che poi avrebbe spopolato negli anni settanta, ma senza di lui che dopo quella lunga, infinita notte all’Algiers Motel mollò tutto e andò a cantare nel coro della chiesa. Tutto vero, anche se la lunga notte inizia per un colpo di pistola giocattolo. Detroit è un vero e proprio dramma scuro e oscuro in tre atti dove l’odio razziale, la violenza e la paura si respirano pure in sala. Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, arriva oggi, giovedì 23 novembre sui grandi schermi italiani con Eagle Pictures, nel cast un eccezionale Will Poulter, e poi John Boyega, Anthony Mackie, Hannah Murray e Jack Reynor.