Alessio Boni: torno in TV con Catturandi, ma la mia psicanalisi è il teatro

di Patrizia Simonetti

Da stasera, lunedì 12 settembre, torna in TV nella serie di Rai1 Catturandi- Nel nome del padre, ma non sarà l’unica occasione per rivedere in televisione Alessio Boni. Bergamasco di Sarnico trapiantato ad Arezzo, è davvero impegnatissimo e super richiesto non solo dal piccolo schermo dove lo attendono più di una serie, da Di padre in figlia a La strada di casa, sempre per Rai1, ma anche dal cinema dove lo vedremo ne Il Manoscritto e Respiri, e dal palcoscenico, il suo primo grande amore, come ci conferma nella nostra intervista.

Dunque da stasera ti rivediamo in TV nella serie di Rai1 Catturandi – Nel nome del padre che è già stata definita la nuova Piovra, accanto ad Anita Caprioli, Massimo Ghini e Leo Gullotta…

ed interpreto Tito Vergani, un imprenditore del nord che scende per fare un megainvestimento sul parco eolico nelle Madonie, in Sicilia, e come tutte le movenze economiche in quella trinacria meravigliosa, appena uno porta del denaro, si avvicina, appunto, una piovra che si chiama mafia…

E…?

E da qui vi lascio solo immaginare, non dico niente perché ci sono tanti colpi di scena per ogni puntata e non voglio svelare troppo.

Sappiamo però che Tito Vergani ha una figlia che si chiama Alina interpretata da Marta Gastini e che nella serie ci sono anche amori e tradimenti… tu cosa temi di più in un rapporto di coppia, il tradimento o la noia?

In genere nella vita, e quindi anche in un rapporto di coppia, ho più paura della noia. Questo non vuol dire però che approvo il tradimento, il tradimento non va bene. Se desideri una persona diversa, e non più l’altra, quel suo corpo e quel suo sguardo, c’è qualcosa che non va ed è un dato di fatto oggettivo che il tradimento ne sia il segnale. Ma a mio avviso c’è qualcosa ancora di più potente nella vita che è appunto la noia, e accade che magari ti metti con una persona rispettando l’etichetta e tutti i canoni, con l’anello di fidanzamento, il matrimonio, eccetera, e all’inizio è tutto bellissimo, con quel grande fermento amoroso e ormonale, ma poi spesso di quell’entusiasmo resta poco e allora manca la cosa più importante in un rapporto d’amore.

C’è chi dice che bisognerebbe finirla con tutte queste serie che parlano di mafia e di politica e di corruzione perché in questo periodo il pubblico, anche quello cinematografico, ha più voglia di ridere e distrarsi, quindi meglio la commedia

Io non ho assolutamente nulla contro la commedia italiana perché è da lì che nasciamo, ma è sbagliato che ci sia solo quella. Credo invece che in questo periodo storico la gente abbia voglia di ragionare, pensare e controbattere, di uscire da un cinema o da un teatro e discutere dello spettacolo che ha appena visto, anche di una serie televisiva.

Quindi non farai mai un cinepanettone?

Non ho la puzza sotto al naso e non ho nulla neanche contro i cinepanettoni, ben vengano, fanno cassa e c’è posto per tutti, ma non devono esserci solo quelli. È come se vai in libreria, chiedi un libro di Pasolini e ti rispondono che hanno solo fumetti: ma io voglio leggere Pasolini se ne ho voglia, poi ben venga anche chi compra i fumetti. Così va bene anche il cinepanettone, però ci deve essere anche Il nastro bianco che vince Cannes e io lo voglio vedere.

A proposito di cinema, c’è tanta roba per te che bolle in pentola…

Sì, ho già girato Il Manoscritto di Alberto Rondalli, un film ispirato al romando dello scrittore polacco Jan Potocki, una sorta di fantasy dove interpreto un cabalista ebreo del 1700; e anche Respiri, un thriller psicologico che è l’opera prima di Alberto Fiorillo dove farò uno schizofrenico, ma di più davvero non ti posso dire…

Poi per te ancora TV con la miniserie Di padre in figlia scritta da Cristina Comencini e diretta da Riccardo Milani dove sarai un patriarca, e con La strada di casa di Riccardo Donna su un uomo che si risveglia dal coma, e poi il teatro, ancora con I duellanti di Joseph Conrad, teatro che è il tuo primo amore…

Per me il teatro è fondamentale. Io vengo dall’Accademia e per sette anni dopo che ne sono uscito ho fatto solo teatro. Poi è arrivato Carlo Lizzani che mi ha proposto La donna del treno, poi è arrivato Incantesimo ed è andata come è andata. Al cinema sei una pedina, fai la tua scena e poi il regista e il montatore insieme ne faranno il film. In teatro invece lo spettacolo appartiene davvero all’attore che se lo forgia addosso come un vestito, gli dà più responsabilità, è senza rete davanti al pubblico e può sentirne l’umore e capire se vuole profondità o leggerezza. Il teatro è il lusso dove, a differenza del cinema, puoi permetterti di spendere tempo su una scena e sul sentimento umano, impiegare anche due o tre mesi di prove per la stessa scena finché non te la senti tua prima di portarla davanti allo spettatore. Ed è un lavoro meraviglioso perché sondi i meandri dello stato umano, una cosa rara che puoi fare solo in analisi o magari se studi psicologia o filosofia. Per pochi fortunati, insomma. E io me lo posso permettere con il teatro molto di più che con il cinema.

Quindi è vero che volevi fare lo psichiatra?

Se non mi avessero preso all’Accademia d’Arte drammatica sarei andato a studiare Psicologia a Milano e poi chissà come sarebbe andata, forse avrei fatto l’analista. È proprio una mia deformazione, sono sempre stato così, ora per esempio ciò che hai in mente tu mi interessa di più di cosa penso io e mi piacerebbe molto mettermi a tavolino e farti un’intervista…