C’è un modo diverso di raccontare la storia ai più giovani, e passa anche attraverso l’animazione. È il caso de “La bicicletta di Bartali”, lungometraggio del 2024 diretto da Enrico Paolantonio e prodotto da Rai Kids, in una coproduzione che coinvolge Italia, Irlanda e India. Un film che, a partire dalle gesta umanitarie, durante la seconda guerra mondiale, compiute da uno dei più grandi ciclisti della storia, parla ai bambini ma anche agli adulti di sport, memoria e amicizia in una cornice di grande attualità. Un’opera che, pur rivolgendosi a un pubblico giovane, non rinuncia ad affrontare temi importanti come la tolleranza, la convivenza e il coraggio delle scelte difficili.
Due storie, due epoche
La pellicola intreccia due linee narrative distinte. Da una parte la Gerusalemme dei nostri giorni, dove due ragazzi appassionati di ciclismo, l’ebreo David e l’arabo Ibrahim, passano dalla rivalità all’amicizia superando i pregiudizi delle rispettive famiglie e comunità. Dall’altra i ricordi degli anni Quaranta, custoditi dal nonno di David, che ha la bicicletta che Gino Bartali usava durante il secondo grande conflitto mondiale per portare messaggi, nella canna della bici, da una città all’altra con il fine di salvare tante vite di ebrei altrimenti destinati alla deportazione. In questo lungometraggio animato vengono messi a confronto due mondi lontani nel tempo e nello spazio, ma uniti dallo stesso simbolo: una bicicletta, e i valori che essa rappresenta. Ed è da sottolineare anche lo stretto legame che deve esistere con le generazioni precedenti, nel film elemento incarnato dai nonni dei due ragazzi. Tasselli che diventano il filo conduttore che permette ai giovani protagonisti di riconoscere nell’altro, un tempo visto come rivale o addirittura nemico, gli stessi sogni e desideri.
L’eroismo silenzioso di Bartali
Al centro di tutto c’è la figura del grande campione toscano, vincitore di due Giri d’Italia e di un Tour de France. Bartali appartiene ormai da tempo alla storia, così come oggi ci sono comunque altri grandi campioni alla stregua di Pogačar o Evenepoel, che popolano a ragione sia le pagine dei giornali sia le scommesse sui Mondiali di ciclismo. Ma il film ne celebra soprattutto il lato più nobile di Bartali e per anni rimasto meno noto: durante la Seconda guerra mondiale, tra il 1943 e il 1944, il ciclista toscano contribuì a salvare la vita di centinaia di ebrei trasportando documenti falsi nascosti nel telaio della sua bicicletta, percorrendo in bici il tragitto tra Firenze e Assisi. Un eroismo silenzioso, compiuto con i suoi allenamenti come copertura, che gli è valso il riconoscimento di Giusto tra le Nazioni. Il film ha il merito di raccontare questa pagina di storia con delicatezza, senza retorica, rendendola comprensibile anche ai più piccoli e restituendo tutta la portata di un gesto compiuto a rischio della propria vita, in uno dei periodi più bui del Novecento.
Voci, musica e memoria
Il progetto nasce da un’idea del regista e autore ebreo romano Cesare Israel Moscati, scomparso nel 2019 e alla cui memoria il film è dedicato. A dare la voce a Gino Bartali è l’attore Tullio Solenghi, mentre la canzone dei titoli di coda porta la firma di Noa, artista israeliana da sempre impegnata nella promozione del dialogo e della pace. Presentato in anteprima al Giffoni Film Festival, il film sceglie un’animazione essenziale e accattivante per veicolare un messaggio universale di lealtà e coraggio. La colonna sonora accompagna con ritmo le pedalate dei giovani protagonisti, mentre i due piani temporali vengono distinti anche cromaticamente, con tonalità diverse per il presente di Gerusalemme e per la Firenze occupata degli anni Quaranta.Il ciclismo, insomma, continua a regalare eroi ed emozioni. E la forza di questa narrazione sta nel ricordarci che, a volte, la vera grandezza di un atleta si misura lontano dai traguardi, in gesti capaci di lasciare un segno molto più profondo di una vittoria. Un insegnamento che, attraverso il linguaggio universale dell’animazione, riesce ad arrivare dritto anche ai più giovani, invitandoli a guardare all’avversario non come a un nemico, ma come a un compagno di strada.
