28 Anni Dopo Il Tempio delle Ossa: il male assoluto, la speranza e il ritorno di Cillian Murphy

di Patrizia Simonetti

Danny Boyle passa il testimone a Nia DaCosta e così è la cineasta newyorkese, regista di Hedda, a dirigere 28 Anni Dopo Il Tempio delle Ossa, quarto film della saga horror sul virus della rabbia iniziata nel lontano 2002 proprio con Boyle e secondo della nuova trilogia. E se 28 Anni Dopo ci ha commosso e terrorizzato contemporaneamente, in questo sequel non c’è molto spazio per i cosiddetti buoni sentimenti.

Quello che racconta 28 Anni Dopo Il Tempio delle Ossa è piuttosto la trasformazione dell’essere umano in mostro pur senza essere stato contagiato da alcun virus, quella crudeltà immotivata contro il prossimo in un momento in cui, invece, allearsi e aiutarsi contro il vero nemico comune rappresenterebbe l’unica via di salvezza e di salvaguardia dell’umanità, intesa sia come specie che come sentimento e valore che ci preserva dal trasformarci in mostri a nostra volta.

Ritroviamo quindi il piccolo Spike (Alfie Williams), eroico nel precedente film con il suo sviscerato amore per la madre Isla da rischiare la vita per portarla dal dottor Kelson (Ralph Fiennes), salvato dagli infetti e reclutato con violenza inaudita da Jimmy Crystal (Jack O’Connell), il figlio del pastore fuggito 28 anni prima con una croce da un assalto di contagiati e diventato una sorta di capo setta dove i suoi adepti si chiamano tutti Jimmy e portano parrucche bionde, ma non per giocare: della loro umanità, spensieratezza e dolcezza di bambini, non è rimasto nulla.

Se la rabbia si trasmette con un virus, l’inumanità e la crudeltà fine a sé stessa si infonde con la paura e con il ricatto, fino a che farà talmente parte di chi ne è stato vittima, da trasformarlo in un carnefice senza pietà. Eppure, Spike resiste, quanto può. Il cuore che batte dentro di lui è ancora umano e, forse, oltre a sopravvivere all’orrore nell’orrore, potrebbe persino salvarne uno, anche uno soltanto di quei bimbi sperduti nell’oscurità per far riemergere un briciolo di speranza.

Intanto il dottor Kelson è sempre lì, nel suo tempio costruito con amore e malinconia con le ossa dei morti. La banda di Jimmy Crystal arriverà a lui credendo, o fingendo di credere, che sia il vecchio caprone, il demonio, padre dello stesso Crystal come lui stesso declama, occasione, per Fiennes, di regalare al pubblico una performance spettacolare, costruita su un’ironia tragica e drammatica, una finzione per salvare il salvabile, anche quando da salvare non c’è rimasto quasi più nulla, e il sacrificio è l’unica soluzione.  Prima, però, quel medico rimasto tale anche nell’apocalisse, trova comunque qualcosa di salvifico, una cura, forse, per quel virus della rabbia che tutto ha distrutto. Magari ce ne fosse un’altra per quel male oscuro che avvolge i cuori pur senza alcun contagio. 

Molto resta in sospeso, come una nuova vita salvata, ancora una volta, dall’amore e dal coraggio di una madre, il nuovo destino di un ragazzino che ha resistito al male e, soprattutto, il ritorno di Jim che vediamo nel finale sempre interpretato da Cillian Murphy, coproduttore del film assieme allo stesso Danny Boyle. Per questo aspettiamo il terzo capitolo della nuova trilogia che lo stesso Boyle ci aveva promesso di dirigere se questo fosse andato bene. Per cui, andate al cinema a vedere 28 Anni Dopo Il Tempio delle Ossa, è in sala da giovedì 15 gennaio.