1938 Quando scoprimmo di non essere più italiani, dalle leggi razziali all’Olocausto

Se gli incubi sono ricorrenti, la paura è che non sia davvero così scontato che nulla più si ripeta di quanto accaduto in Italia dal 1938 al 1943 quando al compimento di una tragedia immensa e vergognosa bastò un documento di affermazioni assurde e denigratorie che stabilivano quanto gli ebrei fossero inferiori rispetto alla razza ariana, che avessero la coda, e che fossero così pericolosi da dover essere estirpati come erbe infestanti, quel Manifesto della Razza che non scandalizzò né terrorizzò abbastanza da evitare tutte le sue drammatiche conseguenze. Che iniziarono lentamente, con l’esclusione dei bambini ebrei dalle scuole, con il divieto di far entrare gli ebrei nei negozi e che si ampliarono e gonfiarono al punto da fare di tutto affinché quella razza inferiore e pericolosa sparisse dalla faccia della terra. Molti seguirono la corrente, se così era così doveva essere. Tanti contribuirono attivamente con denunce anonime e non, italiani che mandavano a morire altri italiani, uomini che per denaro, odio o ideologia decidevano la fine della vita di altri uomini che magari, fino al giorno prima, avevano salutato per le scale o incontrato al bar. Altri, umanità preziosa, si immolarono alla causa del contrasto e dell’opposizione, spesso e non certo volentieri a costo della vita. Ed è proprio nel loro ricordo che si guarda all’eredità di tutto questo, ai movimenti di estrema destra giovanili che spesso parlano e inneggiano senza sapere e alle strade di Roma ancora intestate ai firmatari di quel Manifesto della razza, con il timore che l’ignoranza e la grettezza umana non permettano ancora la cancellazione di quell’incubo.

1938 Quando scoprimmo di non essere più italiani è il film-documentario di Pietro Suber, giornalista e documentarista, scritto con Amedeo Osti Guerrazzi, in prima mondiale questa sera, lunedì 15 ottobre, al cinema Barberini di Roma, ed evento speciale di preapertura della Festa del Cinema di Roma in occasione degli ottant’anni delle leggi razziali e a settantacinque dal rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre del 43. E la domanda più ricorrente è: come è potuto accadere? Come può un uomo fare questo a un altro uomo? In nome di cosa? E con quale cinica freddezza e crudeltà?

Cinque racconti di vittime, testimoni e anche persecutori, e tante immagini d’archivio a raccontare quell’incubo. in 1938 Quando scoprimmo di non essere più italiani a rivivere davanti alla telecamera quelle dolorose vicende Franco Schonheit, ebreo ferrarese, che tutt’oggi non si spiega come la sua sia l’unica famiglia partita in tre per i campi di concentramento e in tre ritornata a casa dopo la lunga separazione forzata: lui deportato a Fossoli nel 1944 e poi a Buchenwald con il padre, la madre portata a Ravensbruck. Poi ci sono gli Ovazza, famiglia di ebrei che anche se fascisti venne massacrata nel 1943 su lago Maggiore come raccontano i nipoti. E poi il Moretto, al secolo Pacifico Di Consiglio, che nel ghetto di Roma si oppose sempre e comunque contro le persecuzioni e che alla fine affascinante qual era, riuscì a salvarsi flirtando con la nipote di un collaborazionista fascista, a raccontarlo una ragazza all’epoca di lui innamorata, che ammicca ancora oggi alla sua bellezza, ad alleggerire in modo persino commovente il racconto di tanto odio e violenza, e che si chiama Anita Mastroianni: a lei lo zio Luigi Rosselli aveva offerto tremila lire se avesse denunciato una donna ebrea e cinque mila lire se avesse invece denunciato un uomo ebreo, e lei si interrompe e piange mentre lo dice. Una ragazza ebrea di Fiume invece, Lea Polgar, sfratta dalla sua casa con la sua famiglia perché un gerarca nazista voleva il loro appartamento, si salvò dalla deportazione grazie ad un uomo che lavorava come incisore per il Vaticano e che la nascose per anni in casa sua, una vita da reclusa dura per un’adolescente. Parla anche il figlio di un delatore fascista che denunciò i suoi vicini di casa ebrei, Vittoria Ottolenghi e Davide Almagià, e lo fa con un’indifferenza e semplicità da far accapponare la pelle quando dice “Pentito di cosa? Di essere fascista?” 1938 Quando scoprimmo di non essere più italiani arriverà a novembre anche su Rai 1.