noveEtrentatré: Cosimo Rega porta a teatro la sua Autobiografia di un ergastolano

Passare da una cella a un palcoscenico deve essere un’esperienza meravigliosa, anche se sai che poi in quella cella ci torni perché in carcere ci devi stare tutta la vita. Soprattutto se ci credi davvero, se dopo una vita di crimini hai capito che quella non era vita e che la cultura e la passione ti possono salvare. Così Cosimo Rega, ex piccolo boss della camorra di Angri, in provincia di Salerno, condannato quarant’anni fa all’ergastolo ostativo per omicidio e associazione mafiosa, nel 1984 incontra il teatro, in carcere certo, così, per caso, quando in una rappresentazione all’interno dell’istituto gli viene affidata una piccola parte nell’Antigone di Sofocle. Oggi è scrittore e attore e ha deciso di far capire ai giovani quanto sia indispensabile raccogliere intorno a sé letteratura, teatro e cultura. Nel 2002 fonda la prima compagnia teatrale di Rebibbia, I Liberi artisti associati, sta per laurearsi in Lettere e Filosofia e nel 2012 debutta nel cinema con i fratelli Taviani: il film, Orso d’oro al Festival di Berlino di quell’anno, si intitola Cesare deve morire e come un documentario racconta della messa in scena del Giulio Cesare di William Shakespeare ad opera dei detenuti del carcere romano Rebibbia sotto la direzione del regista teatrale Fabio Cavalli. A Cosimo Rega è affidata la parte di Cassio.

Nello stesso anno scrive un romanzo dal titolo Sumino ‘o Falco. Autobiografia di un ergastolano (Edizioni Robin) dove parla dei crimini commessi e del dolore che hanno provocato e adesso dal quel libro è tratto uno spettacolo teatrale che va in scena per tre giorni, da stasera, martedì 24 novembre, a giovedì 26 al Teatro Vascello di Roma dal titolo noveEtrentatré, in riferimento agli articoli 9 e 33 della Costituzione italiana che sostengono la libertà dell’arte e della scienza e l’impegno dello Stato a promuovere lo sviluppo della cultura, sostenendone le attività e cercando di mettere tutti in condizione di poterne godere. E sul palcoscenico c’è lui, Cosimo Rega, a raccontarsi, a rivivere la sua caduta nella malavita organizzata, a rivelarne dinamiche e spirali e alleanze da cui uscirne non si può più, fino alla consapevolezza di aver perso tutto, la vita, la dignità, la speranza, ma che in qualche modo bisogna ricominciare e riscattarsi.

Avvolto da una scenografia essenziale illuminata a freddo, i suoi ricordi veri in scena si mescolano ai sogni e alla rappresentazione, così la personalità di suo padre è quella di Gennaro Iovine della Napoli Milionaria di Eduardo che ha già interpretato, quando “recitai con l’animo inquieto – rammenta – ma avvertii fino in fondo il conflitto tra il personaggio a cui davo voce e figura, onesto, pulito, saggio, e ciò che ero, un fine pena mai”. E poi parla con il pubblico di quella forza trovata nella rappresentazione di se stesso e nel teatro, perché “ogni volta che entravo nel suo mondo incantato – confessa – e  che m’impadronivo di un nuovo personaggio, la magia dell’arte si impossessava di me e con mio stupore, riuscivo a sollevarmi dalla tristezza” .

Con lui anche Mariateresa Pascale e gli studenti del D.A.M.S. di Roma Tre. La regia è di Tiziana Sensi, convinta che la cultura possa abbattere il muro che separa i liberi dai prigionieri, che sia coesione sociale, educazione e rieducazione.