Mar del Plata, i rugbisti argentini che sfidarono Videla: intervista al regista Giuseppe Marini

Lo sport fa rima con vita. Se fosse un colore sarebbe ‘rosso’ perché fa battere il cuore. E sport, vita e cuore sono linfa vitale di Mar del Plata, un testo teatrale di Claudio Fava che racconta la storia vera della squadra di rugby La Plata che osò sfidare il regime dell’Argentina di Videla e nonostante fu duramente colpita, continuò a giocare fino alla fine del campionato. Mar del Plata debutta con la nuova tournée giovedì 3 novembre al Teatro Vittoria di Roma dove rimarrà fino a domenica 13, per poi riprendere a girare l’Italia, sul palcoscenico Claudio Casadio, Giovanni Anzaldo, Fabio Bussotti, Andrea Paolotti, Tito Vittori e con Edoardo Frullini, Fiorenzo Lo Presti, Giorgia Palmucci, Alessandro Patregnani, Guglielmo Poggi. Ne abbiamo parlato con il regista Giuseppe Marini

È una storia che ha urgenza di essere raccontata – ci dice subito Marini – soprattutto alle generazioni più giovani che quei tempi non li hanno vissuti, seppur da lontano. Il testo è molto originale perché coniuga il dramma dei desaparecidos ma declinato questa volta con una squadra di giovani rugbisti, cioè non facinorosi politici. Era solo gente che voleva giocare e ebbe l’ardire, cosa molto grave per una dittatura, di osservare, per esempio, non uno ma dieci minuti di silenzio insieme a tutto lo stadio. E questo per il regime fu un affronto anche dal punto di vista simbolico, contrariamente a quanto si pensa la dittatura teme molto l’arma del silenzio attivo. Perché era fortemente provocatorio. La voglia di vivere di questi ragazzi era quella di giocare. Nessuno, a parte il primo ucciso a 17 anni, aveva qualche idea politica e non si rendevano certo conto di dove stesse realmente andando il loro Paese. Riescono a giocare l’ultima partita di campionato e poi c’è l’asilo in Francia. L’unico sopravvissuto è Raul Barandiaran che, essendo una storia vera, è ancora in vita in Argentina. Non sappiamo bene di cosa si occupi, crediamo abbia voluto rimuovere un’esperienza così devastante.

Se mai, aggiungiamo, si possa rimuovere una storia così

Eh sì, poi la psicologia del sopravvissuto, da Auschwitz in poi, provoca molti sensi di colpa in qualche caso irrisolvibili o risolvibili tragicamente, come accaduto a Primo Levi.

Insomma, la prima funzione di Mar del Plata è instillare nelle menti dei ragazzi più giovani un dramma nel dramma. Perché solo così può esser definito quello dei desaparecidos

È un sopruso, non solo alla vita ma addirittura al lutto. Viene negato ai parenti il diritto al lutto, alle esequie. Ci sono ancora madri che non sanno ancora che fine abbiano fatto i loro figli. O gettati dall’aereo, o chissà. Questa è una categoria delle dittature tra le più aberranti perché non c’è neanche il rispetto della morte del nemico. Qualcosa di veramente aberrante.

Anche per questo il parallelo che viene evidenziato nel testo di Claudio Fava è quello con i metodi mafiosi

C’è un filo rosso nelle intenzioni recondite dell’autore che stabilisce questa tesi della mattanza argentina non così diversa dalla mattanza siciliana. Basta un semplice no, anzi un ni per essere sospettati e fatti fuori.

Contemporaneamente alla storia degli angeli del rugby, il pensiero corre anche ai mondiali di calcio del 78. La vittoria dell’Argentina che poi si scoprì esser stata decisa a tavolino perché doveva rappresentare una sorta di tributo alla dittatura…

Era tutta una copertura, era molto importante per l’Argentina vincere quel campionato perché dava un’immagine vincente del Paese, coprendo così quello che stava accadendo.

Qual è lo snodo della pièce in cui l’emozione abbraccia lo spettatore in modo più coinvolgente?

Ce ne sono tanti di momenti emozionanti perché è costruito molto bene. L’episodio dei dieci minuti come viene giocato in scena, ad esempio. Un altro momento è il rapporto finale dell’allenatore Pereira con il suo capitano, Raul. Un rapporto speciale con il suo picciriddu: l’allenatore infatti parla in siciliano per il motivo che dicevo prima. Pereira gli suggerisce di fuggire e di accettare l’asilo politico. In realtà lui finge di andarsene. ma non si muove mai dall’Argentina per stare accanto ai suoi rugbisti. E il povero Pereira farà una brutta fine.

C’è stato un complimento, una considerazione magari di uno spettatore che l’ha resa più felice?

Questa storia andava raccontata. Questo è l’aspetto più bello. E quando un teatro si rende così necessario e urgente, credo che il teatro cominci a funzionare, ad assolvere i suoi compiti. Tutto ciò accade anche perché lo facciamo con uno stile teatrale, documentaristico. Volutamente non ho messo una goccia di sangue. Non mi interessava la crudezza, diciamolo pure un po’ giornalistica. Il testo mi piaceva, ho messo le mani sul montaggio, l’ho riscritto registicamente e questa cosa è stata premiata dal pubblico e dalla critica. Speriamo continui. L’autore oltre ad essere autore teatrale, è uno sceneggiatore, un giornalista, un uomo di grande responsabilità politiche. Ha la scorta perché è il presidente dell’antimafia. Conosce, porta sulla propria pelle, l’esperienza e il segreto del male, il segreto della violenza per la violenza. Questa è una grande consapevolezza di Claudio Fava. Che è, più di ogni cosa, una persona onesta.

Dopo il Vittoria di Roma, Mar del Plata andrà a Padova dal 16 al 20 novembre, il 22 dello stesso mese a Cittadella. Il prossimo anno, il 5 febbraio a Bologna, dal 6 all’8 febbraio a Faenza, dal 9 al 12 febbraio a Forlì, il 21 e 22 febbraio a Ravenna.