Le difettose, viaggio semiserio nella fecondazione assistita: intervista a Emanuela Grimalda

ersonaggi_e_un_attrice_le_difettose__arriva_a_romaIl teatro è vita. È questa una vera verità che racchiude il senso profondo de Le difettose, uno spettacolo tratto dal libro di Eleonora Mazzoni, interpretato da Emanuela Grimalda con la regia di Serena Sinigaglia che dopo Sarzana e Milano, arriva a Roma al Teatro Quarticciolo dove resterà dal 13 al 15 ottobre. La pièce racconta, in bilico tra ironia e amarezza, il mondo affascinante della maternità e i suoi universi paralleli come la sterilità e la fecondazione assistita, ancor oggi entrambi ingabbiati dai tabù e soffocati dai pregiudizi. Ne abbiamo parlato con la protagonista dello spettacolo, Emanuela Grimalda, autrice e attrice talentuosa di origine triestina che spazia dal teatro al cinema passando per la Tv dove ha riscosso grande successo nel ruolo di Ave Battiston nella serie Un medico in famiglia.

Quando ho letto il romanzo ho pensato subito al teatro. Porto in scena 5 donne e 2 uomini, poco più di un’ora di teatro ben orchestrato dalla regista che stimo molto ed una donna molto in gamba. È stata una sfida umana e intellettuale – ci racconta – Al di là della storia di Carla, la protagonista, una donna che cerca di avere un bambino con un percorso di procereazione medicalmente assistita, mi interessava raccontare tante altre cose che riguardano il nostro tempo. E mi sembra che il teatro debba fare proprio questo. È una storia che parla delle persone e dei loro bisogni che nel nostro Paese sono spesso trascurate perchè si fa troppa ideologia. Non vuole rispondere ai cambiamenti in atto che sono contradditori. Penso che il teatro possa essere un luogo dove non si sostengano delle tesi, ma dove si possano vedere le cose al di là degli steccati.

Non è una storia destinata alle donne, questo è un aspetto che va rimarcato. È stato difficile portare in scena un argomento così difficile, diciamo da ‘maneggiare con cura’

Ho grande rispetto del mio lavoro e dei miei personaggi che faccio. Ci sono esperienze della protagonista che sono quelle di molte donne di cui però non parlano. Interpreto tutto con molto rispetto, considerando che io passo da un personaggio all’altro ed è una cosa psicologica anche complessa. Spero di mantenere sempre delicatezza e levità. Nelle repliche mi è sembrato che ciò fosse avvertito. Vengo all’altro punto: no, non è uno spettacolo solo per donne. È un titolo femminile ma credo che il desiderio di un figlio, di infinito, sia un desiderio anche maschile. Dei compagni delle donne non si sente la voce. È un mondo sommerso e invece quando si parla di procreazione si parla di uomini e donne. Il teatro è un luogo dove si possono portare questi temi. Come per dire, siamo qui, siamo umani.

Finora, dopo il debutto del 2014, le repliche sono state poche. Dopo la tappa romana, Le difettose proseguirà il suo viaggio nei teatri italiani?

Abbiamo fatto una decina di repliche, dopo Roma andremo al Lido di Ostia il 21 ottobre. Dopo? Ci stiamo lavorando, non nego che sia un tema che incontra delle difficoltà, lo dico orgogliosamente. Ma credo sia solo una questione di tempo. Stiamo lavorando e per quest’anno avremo delle date così come per la stagione prossima.

Quando ha visto lo spettacolo per la prima volta, cosa le ha detto l’autrice del romanzo Eleonora Mazzoni?

Abbiamo debuttato nel 2014 al Festival di Sarzana con una forma di lettura interpretata perché quello non è un teatro. C’era una fila chilometrica. Fu una emozione molto forte, c’era un silenzio avvolgente, grande intensità. Alla fine Eleonora mi ha abbracciato senza dire nulla. Pensi che avevo invitato un docente dell’Università di Napoli, un ingegnere, tra l’altro presidente del movimento oplepiano, di letteratura potenziale. Mi ero chiesta se potesse piacergli, essendo un austero accademico. Beh, l’ho visto piangere a dirotto per l’emozione. È stato bello.