Intervista a Paolo Rossi, in tournée con Delirio organizzato con il pubblico. La censura? Ci ha fatto guadagnare spettatori

Fantasia e realtà. Satira e pungente ironia. Stupore e meraviglia. Regala momenti di vita vera Paolo Rossi nel suo Delirio organizzato con il pubblico, sottotitolo laboratorio teatrale serale, che nella sua lunga tournée arriva stasera sul palcoscenico del Teatro Vittoria a Roma dove rimarrà fino al 19 aprile. L’istrionico artista friulano parla con gli spettatori del mestiere di attore, del suo significato, ma più di ogni cosa racconta il vivere quotidiano, coloro i quali sono ai margini, i luoghi comuni che diventano misteriosamente dogmi. Ogni sera sono istanti diversi. Perché molto è legato anche allo stato d’animo di chi assiste, allo scambio di vibrazioni. Anche quando Paolo Rossi ripropone il suo repertorio, arricchito con aneddoti. Dal debutto fino al successo di Mistero Buffo 2.0, passando per Molière, Jannacci, Gaber e la galleria di personaggi che lo hanno reso famoso, aggettivo che per la verità crediamo non lo esalti. Insomma, non è un semplice spettacolo. È una festa tra vecchi amici che vanno a teatro. Perché c’è un genio. Il genio delle emozioni. È sul palco. Ma è come fosse seduto accanto a noi.

Paolo Rossi si emoziona sempre nel giorno del debutto di uno spettacolo?

Io mi emoziono, che ne so io, trovami una cittadina tu, che ne so ecco: a Casalgrande di Modena!

Diversamente dagli altri tuoi spettacoli, qui c’è maggiore interazione con il pubblico?

Questa è molta interazione perché può essere vista in molti modi. Ogni sera è diversa. Può essere vista come un’antologia, dai pezzi di cabaret ad Arlecchino, ma chi ha visto Arlecchino a Roma lo troverà diverso. Può essere una lezione di teatro, può essere un omaggio ai maestri, può essere un happening. Può essere tutto. Ogni sera può essere tutto.

Quindi ogni sera è uno spettacolo diverso…

Si, assolutamente. Decidiamo io e i virtuosi dell’orchestra di saltimbanchi, attori e musicisti molto virtuosi che mi accompagnano. Decidiamo la scaletta. Chiaramente essendo sottotitolo laboratorio, è una summa, un’antologia, però vedi pezzi completamente diversi.

Come è nata l’idea di questo spettacolo, c’era il desiderio di guardarti indietro, rivivere la tua storia?

Perché voglio fare altre cose, detto molto sinceramente. E le farò il prossimo anno, quindi volevo…
E qui la nostra chiacchierata rallenta, si ferma. Perché Paolo Rossi è come rapito da qualcosa. Ci svela l’arcano: c’è una situazione stranissima qui, ci sono dei zingari che suonano, c’è una ragazza che balla, la vedo di spalle, non so, ma la sensazione è positiva…

Sostanzialmente, con questo spettacolo metti un punto alla tua storia. E il prossimo anno si cambia

Si, ma poi ognuno rifà lo stesso quadro più volte. Se io fossi un pittore, entrerei in galleria e ritoccherei il quadro ogni volta. C’è di tutto, dal primo pezzo di cabaret ad Arlecchino.

C’è qualcosa, uno sketch, un rappresentazione, più in generale un momento artistico a cui sei più legato nella tua carriera e che adesso riproponi?

No, beh ogni sera c’è un punto inarrivabile. Magari mi escono di getto, mi basta un’occhiata con i musicisti e soprattutto uno capisce subito cosa voglio fare.

A proposito dei tuoi maestri del passato, quali sono i tuoi punti di riferimento?

Eh ti faccio la lista! Dai te ne dico quattro: Dario Fo, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber e Giorgio Strehler.

Ormai stai percorrendo il rush finale della tournée. La risposta del pubblico è stata sempre diversa così come diverso è lo spettacolo?

A volte pare che scherziamo: noi siamo stati in Inghilterra, Belgio, Albania, Francia, in Cina mica abbiamo mai avuto problemi a interagire con la gente. E se non lo abbiamo li figurati se li abbiamo a Bolzano e Trapani!

Il momento del teatro di cabaret italiano, che momento è?

Ma secondo te quando io ho il giorno di riposo vado a teatro? E poi non parlo mai dei miei colleghi, mai mai. Più in generale, è una montagna russa, si va giù si va su, si va giù, si va su. Dipende dal talento.

Gino e Michele dicono di te: Paolo Rossi parla quattro lingue, purtroppo tutte contemporaneamente

Eh, è per quello che funziono anche in Cina!

Paolo, tornando indietro con i ricordi, forse poco lieti, mi riferisco alla censura che hai subito ad esempio nel 2003 per il Discorso di Pericle sulla Democrazia. Dopo tanti anni oggi cosa pensi della censura?

Ma si! La censura ci ha fatto guadagnare pubblico in teatro, la censura è un male che esiste. C’è. Seppur molto anacronistica.

E nel futuro prossimo di Paolo Rossi, mi puoi dare qualche anticipazione?

Farò Molière e un film.

Nostalgia della televisione?

Tanto non mi funziona! Perché ho il digitale, non mi funziona: segnale assente.

Hai detto che questo spettacolo è sempre diverso, ogni sera. Ma io provo a insistere: c’è un frammento, un istante che invece riproponi ogni volta perché non può mancare?

Io ti dico una cosa, i miei spettacoli cambiano ogni 15 giorni, veramente. Mio figlio più piccolo mi dice: papà tu improvvisi ma fai la stessa cosa. Allo stesso tempo mi ricordo anche quello che mi disse Strehler: un clown ha un venti minuti di repertorio e non passa tutta la vita a far altro che migliorarlo. È sempre in evoluzione.

Prima di salutarti Paolo, non possiamo non parlare dell’altra tua passione, l’Inter. Che per la verità ha vissuto giorni migliori

Beh, se Moratti ricompra l’Inter…Ma io non sono nostalgico.

Allora sei contento di Thohir?

No, no…sono tattiche.

Tranciante. Criptico. Dissacrante. Domani magari risponderebbe alle stesse domande in modo diverso. Proprio come accade in Delirio organizzato con il pubblico.
Nome: Paolo. Cognome: Rossi. Professione: fuoriclasse. Un talento unico nel panorama del teatro italiano. Da preservare. E soprattutto da vedere e applaudire.

La tournée si concluderà a Novara il 9 e 10 maggio.