Intervista a Emanuele Salce: in Mumble Mumble omaggio i miei due padri, Luciano Salce e Vittorio Gassman. Ettore Scola? Non ne fanno più come lui

La voce di Emanuele Salce tocca le corde dell’anima. Chiudi gli occhi e sembra di essere cullati dall’inconfondibile e immortale timbro del Mattatore. D’altra parte Emanuele, figlio naturale di Luciano Salce, attore e regista scomparso nel 1989, visse con Vittorio Gassman dall’età di due anni, quando sua madre Diletta D’Andrea ne divenne la compagna. Così con raffinata ironia, Emanuele Salce racconta la sua condizione di doppio figlio d’arte, di una vita vissuta con due papà straordinari, nel senso etimologico del termine, vale a dire al di là dell’ordinario. Una confessione profondamente intima, talvolta grottesca, senza dubbio commovente. Dopo una lunga tournée in molti teatri italiani, torna a Roma, da stasera e fino al 24 gennaio al Brancaccino, con Mumble Mumble ovvero Confessioni di un orfano d’arte insieme a Paolo Giommarelli.

Prima di viaggiare insieme nell’affascinante storia della sua vita, è doveroso ricordare la figura di Ettore Scola, scomparso da pochi giorni, una pietra miliare della cultura italiana e con cui lei ha lavorò agli inizi della sua carriera

Ho scritto un post su Facebook in cui dedico un ricordo a Vittorio, Ugo, Nino, Marcello, Mario inteso come Monicelli, Dino, Ettore, poi ci metto anche Luciano inteso come mio papà, ma io sono di parte. E poi Age e Scarpelli, Benvenuti e De Bernardi. Si chiude con Ettore una stagione irripetibile, meravigliosa che ha segnato il nostro cinema, la nostra cultura, la nostra vita e il nostro costume. Ettore era una persona che ho avuto il piacere di conoscere e frequentare anche perché fu regista in tanti film del mio padrino, ma era anche un amico di mio padre: hanno fatto 200 cose insieme. Sono cresciuto con Ettore. Ha visto questo spettacolo che sto facendo adesso, è venuto tre volte. E non lo dico per fare pubblicità. Gli piaceva, ha voluto lavorare con me sul testo. Aveva un affetto per me particolare ed io per lui. Una persona deliziosa, raffinata. Sul suo set non c’è mai stato un grido, una parolaccia. Insomma non se ne fanno più di Ettore Scola.

Ricorda un consiglio, o meglio una linea guida che Ettore Scola le indicò per la sua carriera?

Nel mio spettacolo mi diede due, tre consigli strutturali, drammaturgici. Ma anche per la vita. Andai da Ettore per intervistarlo nel periodo in cui stavo preparando la monografia del ventennale della scomparsa di mio padre. Era il 2009. Gli dissi: “Anche se tu non hai mai sceneggiato con mio padre…” Mi interruppe. “Come non ho mai sceneggiato?” rispose “Facevo il negro allora, ho dato tanti consigli a tuo padre per Il federale e La voglia matta, nonostante fossi vent’anni più giovane! Luciano veniva sempre da me, si fidava moltissimo”. Insomma mi raccontò tanti aneddoti che io non avrei mai saputo se non ci fosse stata l’occasione di scrivere quel libro su mio padre. Ettore lascia un vuoto enorme ma colmato dalla ricchezza della sua opera. Mi auguro che gli Oscar tra un mese mettano una sua foto. Penso sia doveroso.

Ed in Mumble Mumble quei vuoti che ha vissuto e continua a vivere li riempie d’amore, di ricordi

Mumble Mumble non vuole essere assolutamente autocelebrativo. Anzi è assolutamente autolesivo, di me stesso, della condizione di figlio d’arte o di orfano d’arte. Io omaggio affettuosamente i miei due padri, ma ho volutamente usato un titolo che se vuole funge da deterrente per chi vuol venire a teatro. Ormai andiamo giro da cinque, sei anni. Io ho già un nome che sulle locandine non attrae pubblici televisivi, sconfinati. Guardano e leggono Mumble Mumble: Confessioni di un orfano d’arte. Vedo gente che fa scongiuri, fa esorcismi! Io ironicamente dico che è uno spettacolo che la gente torna a vedere, viene a rivedere. C’è gente che lo ha visto cinque volte, forse saranno dei casi psichici! Temendo di essere preso troppo sul serio, io racconto il giorno in cui questi due signori se ne sono andati. Fondamentalmente gli unici due episodi che loro non hanno potuto raccontare e che avrebbero sicuramente raccontato molto meglio di me. Io li rivivo da figlio, presente in quel giorno là. E le assicuro, se qualcuno ha avuto la possibilità di elaborare il proprio lutto, che riguardandolo a distanza di vent’anni e rivedendo quelle immagini mentali che uno ha, vedi le immagini di un carnevale del sacro e del profano. Perché in quel momento siamo tutti inadeguati e impreparati e ci comportiamo in una maniera che crediamo essere giusta, a volte invece diventa tutto così folle. Io ironizzo proprio su quelle debolezze umane che riguardano anche me, ma sempre con grande affetto e amore per i miei padri e per chi c’era in quei giorni, compreso me.

È anche un modo per dissacrare il dolore della perdita, della morte?

È un modo per elaborarlo. Il dolore è una cosa che ci abita, che convive con noi dal momento in cui nasciamo. È un trauma il parto. Il dolore nella vita è arricchente. Perché è l’altra metà della vita. Se uno gli dà una valenza solo negativa sbaglia e si preclude anche un’altra possibilità che è l’altro ingrediente necessario: il giorno e la notte, il dolce e l’amaro. Il dolore va esplorato, non è la bua. Non è cattivo. Hai un altro contatto con te stesso che in altri momenti della vita non potresti avere. È un’occasione persa se uno non lo vive. Non dico che ci deve immergere e crogiolarsene. Va preso nelle giuste dosi. È un ingrediente fondante della propria esistenza.

Emanuele, è stato inficiante per la sua storia e la sua vita avere due bagagli così pesanti e importanti da portare e sopportare come Luciano Salce e Vittorio Gassman?

Li ha chiamati giustamente bagagli, da peso da portare sulle spalle, infatti non a caso ho un’ernia espulsa da Natale! Scherzi a parte, loro hanno anche funzionato da deterrente. Io ho cominciato questa professione a quarant’anni, da scellerato quarantenne che a un certo punto decide di mettersi in gioco perché non soddisfatto della propria avventura umana e lavorativa. Decido di buttarmi là da dove ero sempre scappato. Ho fatto l’assicuratore, il pilota, qualsiasi cosa pur di non fare quello e quando sembravo esserci riuscito, ho deciso di farlo. Loro non mi hanno mai aiutato, dicendomi non è un lavoro. Mio padre ha smesso nel 1983, avevo 16-17 anni, andavo ancora a scuola. Solo Vittorio negli ultimi anni quando si stancò di fare tournée, iniziò a fare recital perché voleva parlare di sé, della vita e condividerla con la gente. Ed ogni tanto mi portava con sé, buttandomi sul palco. Ma questo avveniva dieci anni prima del mio inizio come attore. Quindi anche quello non è stato un incentivo. Anzi. Ho sempre ritenuto che prima bisognava cercare la propria strada e non dare per scontato fosse quella dei nostri genitori, peraltro strade difficili da seguire, parliamo di Everest e K2.

Pur da tanti anni in scena, c’è un momento dello spettacolo in cui il cuore le batte sempre forte?

Sì, perché è uno spettacolo che faccio con grande verità, raccontando quei giorni là. Sono teatralizzati ma è un testo vero, vissuto. Perché io rivedo quelle scene e le rivivo ogni sera. Forse questa è la parte forte di questo spettacolo che poi arriva agli spettatori: la sua onestà, la sua sincerità.

Quale di quei momenti, di quei giorni, le è rimasto più impresso?

In modi diversi quasi tutti quanti. Il giorno in cui morì mio padre avevo 20 anni. Mi ricordo, ero reduce da un tipico sabato sera da ventenne, tra bevute e discoteche. Verso le 9 del mattino, poche ore dopo il mio rientro, mi chiamò l’infermiera che assisteva mio padre per comunicarmi che era morto. Poi altre chiamate di condoglianze che io vissi attraverso la segreteria telefonica praticamente in coma etilico! Andai a casa di mio padre per vivere questo giorno campale, attorniato da pazzi. Da quello che mi inseguiva con il depliant delle casse da morto illustrandomene le caratteristiche, ad uno zio concentrato sul necrologio da preparare, passando per un’altra persona che non conoscevo, che mi abbracciava e l’infermiera che mi faceva notare il vestito di mio padre che faceva difetto. Insomma, racconto questo carnevale folle che tanti di noi hanno vissuto. Un momento in cui siamo molto ovattati ma anche permeabili allo stesso tempo, siamo molto sintonizzati ma anche molto impauriti. Quindi viviamo la realtà in modo diverso ma ugualmente vero”.

Quale è stato il complimento, l’osservazione di chi ha visto per lo spettacolo che lo ha reso più felice?

Intanto il fatto che la gente torna, che si commuove e sorprende ogni volta. Avevo così tanta paura quando ho scritto questo testo perché temevo si potesse pensare di qualcuno che voleva raccontare i suoi primi quarant’anni. Che volesse raccontare gli aneddoti del papà. Io faccio l’esatto contrario e questo arriva. Sono uno che tendenzialmente non ama parlare di sé, ne parlo solo per questo spettacolo. Poi ho fatto altri 200 spettacoli. Questo è qualcosa di più, perché uno apre la pancia e tira fuori tutto senza pudore con onestà e la gente lo avverte. E sento che tutto questo ha un senso, sento che sto condividendo una cosa, che non mi sto facendo bello su un palco. L’esatto contrario, vi sto dicendo la verità. Tutto questo ricorda un po’ le origini del teatro, la condivisione, che è la cosa che per me ha senso. Quelli che vanno sul palco a fare bella mostra di sé, mi sembra soltanto una grande opportunità persa.

Mumble Mumble ovvero Confessioni di un orfano d’arte di Emanuele Salce e Andrea Pergolari resterà al Teatro Brancaccino di Roma fino al 24 gennaio.

Queste le altre date:

26 gennaio – Firenze, Teatro del Sale
4 febbraio – Pontedera Museo della Fondazione Piaggio
6 febbraio – Pavia, Teatro Volta
12 febbraio – Pescara. Teatro Florian
13 febbraio – L’Aquila Teatro Zeta
20 febbraio – Castro de’ Volsci Teatro Gassman
26 febbraio – Trani Circolo del Cinema Dino Risi
27-28 febbraio – Foggia Teatro dei Limoni