Intervista a Elio Germano, protagonista di Alaska di Cupellini: il massimo dell’egoismo è fare le cose per gli altri

Fausto è un cameriere italiano che vive e lavora in un albergo di lusso di Parigi fra le ricchezze e gli snobismi degli altri. Un giorno incontra Nadine, una ragazza francese sola come lui che vuole fare la modella, ma senza troppa convinzione. I due si ritrovano coinvolti in una storia d’amore difficile, complessa e tormentata, passeranno brutti giorni e momenti meravigliosi, assaggeranno il carcere, perderanno degli amici e penseranno che per loro è davvero finita. La loro storia la racconta Alaska, che nel film è un locale notturno simbolicamente al centro della vicenda, diretto da Claudio Cupellini che l’ha scritto con Filippo Gravino e Guido Iuculano, quarto ed ultimo lavoro italiano presentato alla Festa del Cinema di Roma e dal 5 novembre in 250 sale distribuito da 01. Ricco il cast con Valerio Binasco, Elena Radonicich, Pino Colizzi, Paolo Pierobon e pure Marco D’Amore, e al centro Astrid Berges Frisbey che è Nadine, ed Elio Germano, già sul grande schermo in Suburra, qui nel ruolo, appunto, di Fausto. Ecco la nostra intervista all’attore romano.

Fausto è un personaggio complesso, che passa dall’amore e dalla tenerezza a reazioni violente e furiose…

Il fatto che Fausto non riesca a controllare le sue emozioni fa di lui un personaggio estremamente umano e anche scomodo per come va il mondo, visto che la convenienza va sempre in una direzione di massimo controllo e di freddezza, e se lui non riesce a seguirla è proprio perché resta un essere umano.

Come definiresti questo film?

Un romanzo di formazione, dove due persone sentono la scomodità delle proprie emozioni, che ogni volta che arrivano il dolore o l’amore si mettono in contrasto con la carriera e l’ambizione. Una corsa a ostacoli dei suoi personaggi verso la felicità, verso il trovare la propria posizione e la propria serenità, perché come tutti noi nella vita sono abbagliati nel trovarla in un’ambizione, nella visone di una carriera, nel diventare qualcuno agli occhi degli altri. Ma quello che poi imparano a loro spese è che i sentimenti, che all’inizio sembrano ostacolare le loro ambizioni, poi diventano la chiave, nel bene e nel male. Un film di carne e di vita, di personaggi vivi, ma anche una storia epica di cavalieri che devono sconfiggere draghi e mostri, non a caso il mio personaggio si chiama Fausto, e mi fa pensare anche un po’ al Faust.

La felicità però viene raggiunta, anche da Fausto e Nadine, a scapito, in qualche modo, della felicità altrui, sia un amico lasciato solo, sia una donna mollata quasi sull’altare, funziona così?

Noi viviamo in un mondo e siamo allevati in un mondo in cui pensiamo che la felicità sia il raggiungimento di un traguardo e quindi che scavalcare il prossimo e temerlo siano componenti necessarie del suo raggiungimento, non possiamo quindi che vivere una vita in cui la felicità è sempre a danno di qualcun altro, del resto la ricchezza è sempre a danno di qualcun altro e non lo dico io. Il percorso però da epopea che compiono i personaggi li porta a scoprire proprio sulla loro pelle il fatto che la felicità sia più in qualcosa che riesci a dare a qualcun altro piuttosto che in qualcosa che tu prendi dall’altro. Il processo di maturazione che compiono sta proprio nello smettere di dedicare la loro vita a costruire la propria immagine di affermazione sociale, un’immagine vincente, lanciandosi in una sfida continua che non si sa bene dove li deve portare.

Fausto però ci va vicino…

Lui a un certo punto prova ad assaporarlo quello che ha sempre sognato, cioè dirigere con una donna bellissima e ricchissima al suo fianco un posto di grande prestigio, invidiato da tutti, ma scopre che questo non lo riempie così tanto come tornare a essere l’ultimo personaggio della società senza niente in mano ma colmo di un’emozione, di una sensazione di condivisione che è fatta del fare qualcosa per qualcun altro. E potremmo capirlo se riuscissimo a liberarci di tutte queste grandi illusioni con le quali veniamo cresciuti, che probabilmente quello che ci riempie di più e ci fa stare meglio è fare qualcosa per qualcun altro. In realtà il massimo dell’egoismo è fare le cose per gli altri, e tutti i personaggi del film si confrontano con questo.

Quindi c’è da riflettere…

Sì ma non è che sia un film intellettualoide, è un film fatto anche di viscere, di avvenimenti, di action, una botta alla pancia emotiva, un percorso emotivo che quando uno esce dal cinema riesce anche a farsi delle domande.

Ne parli con grande entusiasmo…

Tengo moltissimo a questo film anche perché non viene dal successo di un libro o di un’altra cosa, è un film puro, nuovo, inventato, scritto per l’esigenza, che non ammicca a nient’altro, dove c’è la libertà di pensare a un cinema più europeo, più internazionale, di vedere la vita com’è, una vita dove capita di parlare lingue diverse, di innamorarsi, e dove le cose non vanno bene. E soprattutto perché i personaggi sono scritti in modo che mi fanno ripensare a grandi personaggi shakespeariani o delle grandi epopee perché sono scissi, non hanno la verità in tasca, sono costretti a delle scelte e ogni volta sono trainati da due direzioni diverse e la scuola di teatro ti insegna che è una delle prime cose che devi cercare in un personaggio.

Come ci si prepara a un film così o a un personaggio come Fausto?

Io non credo in metodi e manuali, quello dell’attore è un mestiere dove ciascuno deve muovere se stesso e capire come funziona senza imitare qualcun altro. Non si scolpisce niente e non si suona niente tranne il proprio corpo, ogni film è un mondo a se e in ogni film ognuno si imbarca su una direzione piuttosto che in un’altra.

Nonostante il tuo grande successo, dici sempre di non sentirti un divo…

Il mestiere dell’attore è passato improvvisamente dall’essere il più degradante e infamante di tutti, fatto solo da gente che non aveva famiglia e dignità, ad essere talmente di moda che tutti lo vogliono fare, ci deve essere stato un problema legato non al mestiere in se ma alla vendibilità delle cose. Io sono più affezionato alla missione dell’attore che si perde nella storia e che non parla di se. Il massimo del mestiere dell’attore è sparire dentro la storia in modo che il pubblico non veda un attore ma il protagonista di quella storia.