Intervista a Andrea Scanzi: racconto a teatro Il sogno di un’Italia fuori tempo, ma guai a smettere di sognare

Se fosse un calciatore, Andrea Scanzi indosserebbe la maglia numero 10. Classe e fantasia al potere. Proprio come l’amato Roby Baggio a cui dedicò il suo primo libro. Si parla anche di sport, meglio dire di eroi, nel nuovo spettacolo teatrale, firmato dallo scrittore e giornalista de Il Fatto Quotidiano, insieme a Giulio Casale, dal titolo Il sogno di un’Italia. 1984-2004 Vent’anni senza mai andare a tempo. Stavolta non è il racconto della vita di grandi del passato come accaduto con Gaber e De André, quasi 300 repliche, e come continua ad accadere con Ivan Graziani. Questo è uno spettacolo più personale di Teatro e Canzone, che trae spunto dal libro dello stesso Scanzi Non è tempo per noi e sullo sfondo le note musicali di Giulio Casale. È il racconto di due decenni cruciali vissuti del nostro Paese. Il fallimento della politica e la crisi d’identità, ma fermo restando l’intenzione di voler ripartire. Di guardare avanti. D’accordo indignarsi, ma guai a perdere la speranza per un futuro migliore. Giornalista e scrittore ma anche opinionista in tv, sommelier e assaggiatore certificato di formaggi, abbiamo incontrato Andrea Scanzi in concomitanza della tre giorni romana, da venerdì 29 febbraio al Vittoria, della sua quarta fatica teatrale.

Il termine ‘sogno’, Scanzi, va interpretato come un rimpianto, qualcosa che sarebbe potuto essere e non è stato oppure è in qualche modo uno stimolo e incitamento ad una reazione?

Entrambe le cose, perché con Giulio non volevamo dare allo spettacolo un’accezione troppo cupa, pessimista e negativa. È evidente che si avverte rimpianto, riprendendo e rileggendo quei vent’anni nello spettacolo ci si rende conto che c’era qualche possibilità di cambiamento delle cose e non l’abbiamo sfruttata. Però il sogno è anche un invito a continuare a provarci, a insistere, a ritenere che il tempo c’è ancora. De Andrè diceva che a volte bisognerebbe sognare fino a che il sangue ci esca dal naso. Ecco, secondo me, questa sarebbe una bella idea, provarci davvero a sognare e a non fare finta.

Suona come un monito. Come voler dire: questi sono i fatti, adesso però cerchiamo di non ripetere quegli stessi sbagli. Parole che forse dovremmo aspettarci da un politico, anche se di questi tempi pare sia un auspicio audace

Già, non ne abbiamo molti. Quando dice monito, è vero. Il tour è appena nato ma le prime recensioni insistono nel dire che è uno spettacolo da far vedere ai ragazzi, proprio perché non ripetano gli stessi errori che hanno fatto quelli della mia generazione. È anche vero che oggi i giovani hanno davanti a loro una classe politica quasi sempre molto deludente. Come peraltro l’avemmo noi, perché nel 94 esplose Berlusconi e il berlusconismo. Non è che loro oggi stiano molto meglio, anzi, si stanno beccando tutte le scorie che erano cominciate a girare proprio in quegli anni che io e Giulio raccontiamo nello spettacolo.

Anche perché qualche anno fa, parlando del berlusconismo, in molti dicevano: “Peggio di così…”. Invece stiamo battendo dei record

Ma questo è un talento straordinario che abbiamo in Italia: riusciamo a scavare sempre di più. Quando c’è da provare a cambiare le cose, a fare quello che Gaber chiamava essere gabbiani ipotetici, vale a dire provare ad avere l’intenzione del volo, marchiamo visita. Quando c’è da peggiorare una situazione che sembrava già impossibile da peggiorare, siamo spesso straordinari. Però se ragioniamo così io e lei, siamo gufi! Rischiamo di essere sovversivi disfattisti. Invece dobbiamo dare più gioia a tutti.

Perché ha scelto di raccontare questo lasso di tempo? Forse perché negli anni 80 è iniziata una sorta di disgregazione dei punti di riferimento?

Quelli sono stati anni decisivi, anni in cui probabilmente è cominciato tutto. È iniziata l’esagerazione dell’io, abbiamo smesso di dire noi, abbiamo dato più importanza alla forma che non alla sostanza, è cominciato a franare il concetto di appartenenza. Sono anni molto importanti da raccontare e che peraltro a teatro vengono raccontati pochissimo. Anche perché sono anni ancora che non è possibile storicizzare, essendo a noi troppo vicini. Ci sembrava giusto partire con gli anni 80 ma non solo, perché nei limiti dei 90 minuti e del teatro, raccontiamo tutti gli anni 90 e i primi del 2000. Ci piaceva iniziare dal 1984 perché è l’anno della scomparsa di Enrico Berlinguer e quindi di una certa politica e poi finire nel 2004 per fare 20 anni e raccontare una scomparsa completamente diversa ma che genera appartenenza: quella di Marco Pantani.

Scanzi, il feeling con il teatro è sempre crescente. Quasi meglio della penna e in tempi più recenti della televisione?

Sono cose diverse, faccio fatica a fare un classifica. In TV mi diverto molto, inutile che lo nasconda, e probabilmente faccio teatro proprio perché sto in televisione perché è ovvio che parte del pubblico mi conosce così. Non potrei però vivere senza scrittura, senza Il Fatto Quotidiano e senza scrivere libri. Il teatro ti dà un’emozione diversa, ti costringe a metterti in gioco, ti fa crescere molto anche in termini di dialettica, di postura e di mimica. Dà subito il responso del pubblico e fa anche paura perché se sbagli una virgola ti vedono tutti e perché ogni volta c’è anche la paura se ci sia o meno il pubblico. Se vado in TV da Lilli Gruber so che ci sarà quel pubblico lì perché quella trasmissione è forte, a prescindere da me. Quando invece vai a teatro, se il teatro è pieno è merito tuo, se non è pieno è gran parte colpa tua. Questa è una paura che ho ogni volta, ce l’avrò anche a Roma, anche se 9 volte su 10 va bene. Ma è una paura che mi fa bene, mi permette di rimanere con i piedi per terra. Che è sempre un rischio che invece la TV ti fa correre.

Nello spettacolo l’ironia serve a dare fiducia per il futuro, ad invitare tutti a una reazione anche quando il quadro generale è a tinte fosche. Questo in qualche modo rimanda alla figura di Stevie, il personaggio del suo ultimo libro La vita è un ballo senza tempo?

Beh sì, Stevie, è in una fase della vita un po’ malinconica però alla fine ha uno slancio in avanti. E credo che questo slancio ci sia anche qui. A teatro, come nei libri ma come in qualsiasi cosa, devi dosare. Devi essere malinconico, devi essere alle volte forte, ma anche fare ironia. Questo è uno spettacolo che ha oggettivamente dei momenti commoventi. È ovvio che quando racconti Falcone e Borsellino qualche lacrima scende, così come quando racconti Troisi. Però c’è anche il divertimento, dei momenti in cui brutalmente io e Giulio scherziamo, raccontiamo la pochezza della politica di quegli anni, però col sorriso sulle labbra. Quando scrivo e faccio teatro, tengo molto all’ idea di divertire il pubblico. Poi nel divertimento ci metti anche il cazzottone, anche la ferita. Perché devi dare un messaggio forte a chi ascolta e a chi legge. Sempre però con leggerezza. Quando il pubblico se ne va avendo pianto ma avendo anche riso, è sempre un ottimo risultato.

Ma questo spettacolo non crede abbia anche le caratteristiche per diventare un film?

Non so cosa dire, è appena nato. Questa è un’anteprima tour che tocca grandi città, i primi responsi di critica e pubblico sono veramente affettuosi e molto forti. Per me è un grande risultato perché è lo spettacolo più personale che io e Giulio abbiamo fatto. È chiaro che quando racconti Gaber e De André il pubblico viene spesso, o a volte, perché stai parlando di loro. Qui stiamo parlando di noi ed è ovvio che ti metti a nudo e quando il responso è positivo ti fa molto piacere. Se poi diventerà un film vedremo, è vero che alcune sequenze sono molto cinematografiche.

Qualche tempo fa mi accennò l’idea di dedicare ancora un altro spettacolo alla musica, specificatamente a Bob Dylan. Oppure di questi tempi ha attenzioni solo per Roger Waters, il suo ultimo dio?

Siamo appena partiti e adesso mi voglio godere questa tournée, che voglio portare in giro fino al 2017. È prematuro parlare d’altro. C’è anche da dire che finora ho fatto molto biografie, sia libri che a teatro. Ora vorrei raccontare solo cose mie. Se proprio devo rispondere, quelli che oggi sento più vicini sono i Pink Floyd perché sono in pieno trip, ma potrei raccontare Springsteen, Dylan, Neil Young. E non dimentichiamo che sto in tournée parallela con Ivan Graziani. Per ora siamo tranquilli perche di cose ne facciamo anche troppe.

Sulla sua seguitissima pagina facebook ha scritto: se a Roma non saranno tre giorni di festa, mi pettino come Gozi, scrivo come Rondolino e penso come la Picierno. Ha osato tanto perché sa che è un rischio che non corre?

La certezza a teatro non ce l’hai mai. Io non sono Crozza, sono uno che ha una sua fama. Ma il teatro è strano. Comunque, toccando ferro, sta andando bene.

Il sogno di un’Italia è al Teatro Vittoria di Roma dal 29 febbraio al 2 marzo, poi  andrà a Firenze il 4 e 5 marzo, il 9 marzo a Genova, il 10 marzo a Torino, a Mestre il primo aprile, il 5 aprile a Ginevra e il 10 maggio a Trieste. Per tutte le informazioni www.andreascanzi.it