Il Grande Quaderno di Janos Szasz, racconto di due gemelli assassini in tempo di guerra

I due ragazzini dormono attaccati, le facce l’una sull’altra, si sente un unico respiro quando un soldato bussa alla porta accolto dall’abbraccio caldo di una donna e poi dalle loro grida festose. “Appartengono l’uno all’altro, sono una sola persona – dice la madre al padre – non lo sopporteranno mai”. Ma “ognuno deve vivere la propria vita” risponde l’uomo che ai due gemelli, prima di partire, lascia un grande quaderno affinché ci annotino tutto ciò che d’ora in poi accadrà loro, senza tralasciare niente. È il 14 agosto 1944. E il loro grande quaderno comincia così: “I nostri genitori non sanno che la sera noi li spiamo. Papà dice che due gemelli in tempo di guerra danno troppo nell’occhio, per questo ci vuole separare. Nostra madre piange, noi non piangiamo, non permettiamo che ci separino”.

Tratto dal semi autobiografico romanzo omonimo, il primo de La trilogia della città di K di Agota Kristof, la scrittrice ungherese scomparsa nel 2011, pubblicato in Italia da Einaudi e tradotto in più di trenta lingue, Il Grande Quaderno di Janos Szasz, nelle nostre sale da giovedì 27 agosto, è “il racconto di due gemelli assassini – dice il regista – un fratello pensa a qualcosa e l’altro la attua. Quando uccidono è un atto di giustizia. Due corpi e un’anima sola”.

La storia, dove nessuno dei personaggi ha un nome, è quella della crescita deviata di due ragazzini in tempo di guerra che la guerra trasforma in mostri. Per non dividerli, la mamma li porta da sua madre che non vede da vent’anni, una vecchia grassa che abita nell’ultima casa del paese dove “nessuno viene mai a trovarla tranne il postino – racconteranno i due ragazzi – tutti la chiamano strega, dicono pure che abbia ammazzato il marito, noi la chiamiamo nonna, lei ci chiama figli di cagna”. Così infatti la vecchia accoglie il triste trio, la figlia in primis: “che ne hai fatto degli altri? – le chiede sarcastica – le cagne ne partoriscono almeno quattro o cinque”. Ma la donna non demorde, salvare i suoi due figli che poi sono uno solo vale un atto di coraggio, seppur crudele: “siate forti figli miei – dice ai suoi gemelli – dovete sopravvivere, io torno a prendervi”. “Vi imparerò io a campare” ribatte la vecchia e li lascia fuori per tutta la notte. Niente minestra finché non lavorano così “lavorare è pesante, ma stare a guardare è ancora più pesante” dicono i due iniziando a spaccare la legna con la vecchia. “Figli di cagna, vi ho fatto pena…” dice quella. “No nonna – ribattono pronti – ci siamo solo vergognati”.

“Un film sulla guerra in cui non assistiamo a nessuna scena di guerra – dice ancora Janos Szasz –  una storia crudele di bambini innocenti, ma che resistono a tutto. Due corpi, uno spirito; due corpi, una volontà. Parlano allo stesso modo e finiscono uno le frasi dell’altro, sono sempre in sintonia”.

Scoprono presto, i due ragazzini già non più innocenti, troppo presto, che per affrontare la guerra, e pure la nonna, e sopravvivere a entrambe, devono diventare più duri e insensibili di loro, dimenticarsi della fame e del dolore, privarsi, anche se per loro è un liberarsi, di ogni emozione, fortificare anima e corpo, pure con sofferenze fisiche auto inflitte come passarsi le mani sul fuoco, ferirsi e sentire il bruciore dell’alcol nei tagli aperti sulla loro pelle. E uccidere. E scrivono tutto, ogni cosa, come aveva chiesto loro il padre, anche qui in modo distaccato, freddo, privo di ogni sentimento. Fino alla fine, fino alla liberazione che per loro, crudele come solo l’ironia della sorte può essere, sarà davvero tutt’altro.