Genius, la storia di Thomas Wolfe con Colin Firth e Jude Law

Non sempre i rapporti tra editore e autore sono idilliaci, ma qui stiamo parlando niente meno che di Maxwell Perkins, celebre editore della Scribner’s Sons cui si deve la scoperta di scrittori come Ernest Hemingway e F. Scott Fitzgerald, e di Thomas Wolfe, genio assoluto della letteratura e autore, purtroppo, a causa della sua breve vita, di soli quattro romanzi a cominciare da Angelo, guarda il passato (Look Homeward, Angel) del 1929 e Il fiume e il tempo (Of Time and the River) del 1935. Ed è proprio del loro rapporto forte e quasi simbiotico nonostante la loro diversità umana, l’uno tranquillo, pacato, padre e marito affidabile, l’altro irriverente, provocatorio, esuberante, e della genesi delle suddette opere che racconta l’intenso ed emozionante Genius, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e in sala grazie a Eagle Pictures da mercoledì 9 novembre  con il premio Oscar Colin Firth, Jude Law (protagonista anche del piccolo schermo con The young Pope), Nicole Kidman e Laura Linney diretti da Michael Grandage, basato sulla biografia Max Perkins. L’editor dei geni di A. Scott Berg e sceneggiato da John Logan (Il Gladiatore, The Aviator, Hugo Cabret, Skyfall). Nel corso del film incontriamo anche Scott Fitzgerald interpretato da Guy Pearce e Hemingway cui dà vita Dominic West.

Nella New York degli anni Venti Maxwell Perkins detto Max riceve centinaia di manoscritti, e un giorno uno in particolare lo colpisce benché sia stato già scartato da altri editori: è lunghissimo, sono almeno mille pagine, ha un stile epico, assolutamente irregolare, parte da considerazioni autobiografiche per spaziare altrove, molto altrove, Max ne è incantato, inizia a leggerlo e non può più farne a meno, lo legge in ufficio, sul treno che lo riporta casa e una volta lì chiuso nel ripostiglio perché la privacy sia totale, e anche perché in ogni stanza c’è una figlia, lo legge tutto, ne resta ammaliato e decide di incontrarne l’autore. Wolfe entra nel suo ufficio con la potenza e l’esuberanza del suo manoscritto: convinto di essere in procinto di ricevere un altro ennesimo “no grazie” parla senza sosta, un fiume in piena così come quel suo lunghissimo e affascinante lavoro, e anche lui lo è. Alla fine Max riesce a comunicargli la sua intenzione di pubblicare il libro ma così lungo no, non è possibile, non lo comprerebbe e tanto meno non lo leggerebbe nessuno.

Comincia da lì la storia della loro collaborazione, dei loro incontri, di una lotta infinita tra frasi da tagliare e periodi da conservare e modificare per renderli più accessibili al pubblico, ma come fare senza cambiarne e modificarne il senso e la potenza? E del loro rapporto speciale che mette persino a rischio quello che ognuno dei due uomini ha con la donna della sua vita: Aline Bernstein (Nicole Kidman) è quella di Wolfe, gelosa sin da subito di quella relazione che la esclude sempre di più, teatrale, del resto fa la costumista, nel dimostrare il suo disappunto inscenando persino il suicidio, ma tanto è inutile; più moderata ma altrettanto in collera Louise Perkins (Laura Linney), drammaturga e moglie di Max, costretta ad andare in vacanza con le figlie senza di lui perennemente preso dal quel genio di Wolfe. Un genio come spesso accade completamente soggiogato, travolto e alla fine annientato dalla sua stessa arte, morto a soli 38 anni dopo una vita tanto breve da risultare quasi ironica al cospetto dei suoi scritti di una lunghezza infinita.