Fuochi sulla collina, Andrea Scanzi ricorda Ivan Graziani, l’intervista

Era un genio incompreso e per questo, colpevolmente, dimenticato. Impossibile cucirgli addosso l’etichetta di cantautore. Ivan Graziani era la musica. Era la parola. Tutto questo oggi vive, o meglio torna e continua a vivere, grazie alla voce narrante di Andrea Scanzi accompagnato sul palcoscenico dal figlio di Ivan, il talentuoso Filippo Graziani. Si intitola Fuochi sulla collina lo spettacolo che mercoledì 15 febbraio arriva a Roma al teatro Vittoria dove il giornalista e scrittore – il suo ultimo romanzo I migliori di noi è giunto alla terza edizione – racconta la vita, senza dubbio troppo breve, dell’artista teramano, scomparso a soli 51 anni nel 1997.

Dopo Gaber e De André, il filo conduttore della nostalgia conduce a Ivan Graziani. Come è nata questa scelta?

I motivi sono tanti; il primo, io a Ivan ho sempre voluto bene. In casa mia c’è sempre stato e questo vale anche per Gaber e De André. Quindi è molto colpa della mia famiglia! Dei tre credo fosse quello che avesse più bisogno di essere ricordato. La moglie Anna lo ripete sempre: senza di te non sarebbe mai uscito il cofanetto, non ne avrebbero parlato. Io non credo che sia vero, ma se è cosi è uno dei pochi meriti che mi sento di avere. Ricordare Ivan è un piacere perché mi diverto da morire, ma è anche un dovere perché in qualsiasi altro paese verrebbe messo nell’olimpo degli artisti del novecento italiano proprio perché è stato un pioniere, un rivoluzionario, un gigante, soprattutto negli anni d’oro della sua carriera. Dei tre spettacoli è il più divertente perché Ivan si concedeva più risate rispetto agli altri due. C’è una dimensione rock che a me piace molto. C’è la musica e non solo i testi che in alcuni passaggi sono goderecci. Era uno che si godeva la vita.

Scanzi, così come avvenne per Gaber e De André, anche lo spettacolo dedicato a Ivan Graziani è quanto di più lontano ci sia da una celebrazione post mortem, purtroppo ricorrente in Italia e quanto mai urticante

Convengo totalmente, io non sopporto la retorica. È una cosa che ci ha insegnato lo stesso Gaber e non solo lui. Io Ivan lo ascoltavo quando c’era. C’ho tutti i vinili perché me li ha lasciati mio padre. Non l’ho certo scoperto quando era morto, tutt’altro. Credo che un paese abbia il dovere di ricordare, di coltivare la memoria, che vuol dire ricordarsi gli eventi della storia e non fare gli stessi errori. Ricordare le persone che hanno reso bello questo paese. Lo faccio nei libri e a teatro. Nell’ultimo spettacolo (Il sogno di un’Italia n.d.r.) parlo di Troisi, Falcone, Borsellino, Caponnetto, figure che non vanno dimenticate. Ivan Graziani è una figura così. Non lo celebro dicendo che era Dio, che non ha sbagliato mai niente, che ogni sua canzone era un capolavoro. Cerco di raccontare il percorso di un artista innegabilmente dotato di un talento smisurato, un artista che per primo, insieme a Bennato e per certi versi a Finardi e Rino Gaetano, ha coniugato il rock e la canzone d’autore che erano due mondi alieni in quegli anni, realizzando due dischi in particolare, a cavallo degli anni settanta e ottanta, praticamente perfetti. Pigro è tale dalla prima all’ultima canzone, non c’è un calo, è di una genialità smisurata E capita lo stesso con il disco successivo Agnese dolce Agnese. Sfido chiunque ad ascoltarli e a non dire: questo è un fenomeno. Perché quelle cose le faceva in un periodo in cui quel riff, quella chitarra, quella musica, quell’uso della parola nel testo ce l’aveva solo lui e nessun altro. Poi è chiaro che quando sei originale, non sei politicizzato, non sei etichettatile, parte della critica non capisce niente e ti sottovaluta.

Non è esagerato dunque affermare che Ivan Graziani sia stato il più grande sottovalutato della musica italiana

Sicuramente uno dei più grandi sottovalutati. Era molto avanti. Capita a molti pionieri, i rivoluzionari li capisci tardi. Gli anni settanta del cantautorato italiano sono anni epocali. C’è un talento cristallino, ma il cantautore classico non c’entra nulla con Graziani. Il cantautore classico è quello che prende in giro Bennato nella canzone omonima dove il cantautore pontifica, tromboneggia, è saggio, non sbaglia mai ed è depositario del verbo. Bellissimi eh, intendiamoci. C’era Guccini, c’era De André, c’erano dei fenomeni inauditi, però esisteva dell’altro. E nell’altro c’era Bennato che non era capito e tuttora è sottovalutato, lui lo sa e ne soffre ancora adesso. Rino Gaetano hanno dovuto aspettare che morisse, vent’anni dopo si sono resi conto che era bravo, Finardi pure lui bravo ma non lo capivano bene. Di tutti questi il più alieno probabilmente era Ivan Graziani che aveva anche altre unicità. Era unico in quella voce. Ce l’ha lui e il figlio. Lo spettacolo viene bene proprio perché Filippo è uguale, è un genio. È bravissimo e fa le canzoni uguali al padre, reinterpretandole, ma si capisce che è il figlio. In Taglia la testa al gallo chiudi gli occhi e dici oddio, è tornato Ivan. E sono uniche anche le origini perché nessuno dei cantautori è nato a Teramo. Non apparteneva a nessuna scuola. L’apprendistato non c’entra niente perché faceva le belle arti a Urbino. Era pittore, scultore e faceva fumetti. Il look era completamente alieno, i testi erano alieni, le musiche erano aliene, l’uso della chitarra era un uso da virtuoso ma allo stesso tempo da ritmico, quindi era così bravo che la gente lo ha capito e l’amava ma, la critica non l’ha capito subito anche perché era fatta da quei tromboni allucinanti. Ma questo è un problema della critica e non di Graziani. Se tu ascolti ad esempio Fuoco sulla collina: per me è tra le prime cinque canzoni più belle della musica italiana. E di canzoni così belle Ivan ne ha fatte almeno 20-25. Non sono poche.

Rispetto ai precedenti spettacoli a tema musicale, qui l’impatto emotivo è ancor più fragoroso proprio perché accanto c’è Filippo Graziani, un pezzo dell’anima di Ivan. Che cosa le ha raccontato del padre?

Gli aneddoti sono veramente tanti, ma per la verità me li racconta più la madre, Anna. È vero, avere accanto Filippo sembra di fare lo spettacolo con Ivan. Al tempo stesso con Filippo io non lavoro ma mi diverto, tra me e lui si instaura una dinamica da fratelli che hanno la fortuna di divertirsi sul palco, quindi per me fare fuoco sulla collina è godimento puro. Non vedo l’ora e spero di farlo più volte. La famiglia Graziani è meravigliosa. Sono umilissimi. Ogni volta che li vedo mi raccontano aneddoti nuovi. Anna mi ha detto che con Ivan scrivevano spesso le canzoni insieme e quando scrisse Paolina, ne parlò subito con lei. “Ho visto quella lì che va all’autoscuola, le scarpette, le gambe. ma tu che ne pensi?” E lei lo corresse, dicendogli che non andava bene una parola, che i capelli non erano così. Insomma, si rimpallavano sistematicamente soprattutto le canzoni legate alle donne e Ivan ne ha dedicate tante all’universo femminile: da Angelina a Dada a Cleo, ad Agnese e le scriveva sempre con Anna. A proposito sempre di canzoni sulle donne, una notte Ivan alla fine di un concerto chiama a casa Anna, dicendole: “Sono qui a Roncobilaccio” e già mi fa ridere perché non si capisce il motivo per cui Roncobilaccio ricorra nella musica italiana (Venditti la cita nella canzone della bomba). E Ivan continua: “Il concerto è andato bene ma volevo dirti un’altra cosa. Ho appena scritto un riff, una canzonetta. Dimmi un po’ se ti piace”. E Ivan canta ad Anna in diretta Firenze canzone triste. Quella è la prima volta che viene eseguito quel brano e Ivan lo fa proprio ad Anna. C’è un altro aneddoto che mi fa molto ridere ed è legato alla canzone Motocross che a me piace da morire perché c’ha un riff in cui Ivan ti fa vedere quella moto che viaggia. Questo pezzo, di inizio carriera, nacque a casa di Anna dove c’era anche suo fratello Gigi, regista tra l’altro dello spettacolo. I due stanno litigando e ad un certo punto lei dice: “Smettila dai, ormai tu pensi solo alle moto”. Lo dice perché Gigi aveva in casa un moto gialla con cui il giorno prima aveva vinto un trofeo. Così Ivan da questo dialogo e da questo scontro leggero tra fratello e sorella ci inventa il testo e comincia a scrivere questa canzone che parte con “Evviva il cross, evviva il motocross”, perché durante il litigio Anna per prenderlo in giro aveva detto “eh si dai Gigi, viva il cross”. Una canzone per me strepitosa. Queste cose mi divertono molto, alcune le posso raccontare perché c’è spazio nella spettacolo, altre te le metti in tasca e te le ricordi per tutta la vita.

Scanzi, al netto delle fatiche letterarie, di quelle giornalistiche, rimanendo sul palcoscenico. Dopo Gaber, De André e Graziani, cosa bolle in pentola?

Il prossimo spettacolo non sarà sulla musica. O meglio ci sarà tanta musica, ma da ottobre partirò in pianta stabile con uno spettacolo nuovo che sarà di dimensioni sportive. Sto mettendo insieme otto, nove, dieci monologhi legati ai personaggi del mondo dello sport che secondo me sono molto forti e ognuno dei quali avrà una colonna sonora. Racconterò Villeneuve, Pantani, la ginnasta romena Nadia Comaneci. Per quanto riguarda la musica, ad esempio, se penso a Van Basten penso a The great gig in the sky dei Pink Floyd, se penso alla Comaneci penso a Don’t give up di Peter Gabriel. Sarò sul palco da solo, ci sarà un maxi schermo e le musiche meravigliose. Altre cose a livello musicale per il momento no. Per raccontare un artista a teatro devi conoscerlo tanto ed amarlo tanto e in Italia i tre che dovevo raccontare sono questi. Fossati lo adoro ma l’ho raccontato sui libri e non lo racconto a teatro altrimenti lui mi picchia! Non dico sia scaramantico, ma queste cose meglio non farle con le persone che per nostra fortuna ci sono ancora. Se proprio dovessi fare un altro spettacolo su un artista, un cantante italiano, penserei a Lucio Battisti. Perché è un gigante. Poi non lo farò mai perché non vuole la moglie e perché dovrei trovare accanto uno che ti fa benissimo Lucio. Non è certo facile.

Fuochi sulla collina è in scena questa sera, martedì 14 febbraio, al Teatro Sanzio di Urbino e domani mercoledì 15 febbraio al Teatro Vittoria di Roma.