American Pastoral, incontro con Ewan McGregor e Jennifer Connelly

Ewan McGregor debutta alla regia con American Pastoral, in sala giovedì 20 ottobre grazie a Eagle Pictures, versione cinematografica del romanzo più celebre di Philip Roth che nel 1998 valse all’autore americano il Premio Pulitzer. L’attore, e adesso anche regista, scozzese è anche il protagonista nei panni di Seymour Levov detto lo Svedese, a fianco di una splendida e intensa Jennifer Connelly, premio Oscar per A Beautiful Mind, che interpreta sua moglie Dawn, e di una toccante e appassionata Dakota Fanning che è la loro figlia Merry. Prima di raccontarvi qualcosa in più sulla storia, ecco subito il nostro di questa mattina con Ewan Mc Gregor, presto anche in Trainspotting 2, e Jennifer Connelly:
E veniamo ad American Pastoral: come in ogni racconto di Roth, anche qui c’è il suo alter ego, quel Nathan Zuckerman che di volta in volta è protagonista, spalla o comparsa, qui interpretato da David Strathairn che fa, appunto, lo scrittore e che a una festa celebrativa della scuola incontra il suo vecchio amico Jerry Levov (Rupert Evans) che gli racconta del fratello, di quell’ascesa divenuta precipizio, di quella fortuna che la vita sembrava elargirgli a secchiate trasformatasi in tragedia, della sua morte e del suo funerale il giorno dopo, unica chance che sua figlia perduta, per sempre cercata e mai riportata casa, gli concede per il saluto finale e per quell’addio definitivo che lui non era mai riuscito a darle. Ma cosa è accaduto a Seymour Levov chiamato lo Svedese per i suoi colori chiari, ebreo del New Jersey – per un altro consueto tocco biografico di Philip Roth – ricco, bello, atletico, sportivo, da tutti ammirato e considerato un esempio da seguire e forse un po’ invidiare? Quello che ha voluto lei, la bella Dawn, bella almeno quanto Jennifer Connelly che nei primi piani ti lascia ancora senza fiato, ex Miss New Jersey e chissà che altro se non avesse scelto proprio lui tra i suoi mille e mille pretendenti, lui che se l’è portata in campagna a badare alle mucche e alla casa, così che adesso lei che cela un rancore dentro senza saperlo che solo la follia del dolore, infine, gli permetterà di far riemergere. Quello che ha voluto anche la figlia che è arrivata, Merry, bella pure lei ma non come la mamma, pensa da piccola, bionda e intelligente e balbuziente, per attirare l’attenzione del padre, gli dice la psicologa, per “non danneggiare l’aria” le dirà la ragazza quando sarà troppo tardi per capire. A Seymour Levov chiamato lo Svedese è accaduto che era troppo bello per essere vero, almeno per lui, che per quanto ti sforzi di avere e mantenere ciò che hai facendo il meglio che puoi, non è mica detto che la favola finisca bene, e che un’adolescente ribelle non è facile da conquistare se non le dai ciò che vuole: negli anni sessanta la protesta dilaga, quella contro il razzismo e la guerra in Vietnam e se non hai nessuno da seguire segui quelli sbagliati, e seppure la causa è giusta e l’intenzione buona, fai un casino, magari metti una bomba e ci scappa il morto, e quindi la fuga, dall’FBI, dalla famiglia, dalla casa, dal mondo. Una vita distrutta quella di Seymour Levov chiamato lo Svedese, l’incertezza e la perdita, la realtà e il dramma, tutto ciò che aveva costruito con tanta facilità salta in aria con quella bomba e dalle macerie escono i fantasmi. Niente più sogno americano, niente più famiglia perfetta, la pastorale con la sua convivialità e il suo amore familiare è finita, nulla più è taciuto, la figlia scappa, la moglie tradisce, lui ci prova fino all’ultimo e solo all’ultimo, sotto il castello di carte che crolla, muore.